Non hanno i segni e i lividi che segnavano i volti dei volontari arrivati dopo i due giorni passati in mano all’esercito italiano, ma le facce sono comunque stanche e tese. Sono arrivati all'aeroporto di Fiumicino sei componenti della delegazione italiana flotilla di terra nei giorni scorsi sgomberati con violenza da un accampamento nei pressi di Sirte. Altri due volontari, Massimo Marchini e Sofia Belfarsi, arriveranno invece nel pomeriggio all’aeroporto di Venezia. È invece ancora buio sui due italiani fermati in Libia Est, Dina Alberizia e Domenico Centrone, fermati domenica scorsa dalle autorità della Cirenaica, dopo aver attraversato il valico insieme a altri otto esponenti del Land Convoy per tentare una mediazione sul passaggio della carovana umanitaria.
"Lasciarli andare è stato il momento più difficile. Abbiamo perso i contatti in diretta, erano circa le 15.40 di domenica”, racconta Sara Suriano, che però, come altri, preferisce non dare dettagli. “Vogliamo evitare di metterli ancora più a rischio, sono in una posizione delicata”, spiega. Altri attivisti si fanno scappare che lì al valico non ci sono state richieste di soldi o di beni, che si sappia. Ma nulla di più. "Ci sono stati momenti di forte tensione, stare insieme ha aiutato. E’ stato meraviglioso vedere esponenti di tante delegazioni mondiali stare insieme per lo stesso obiettivo, anche per questo – spiega Martina, un’altra attivista – lasciare indietro dieci compagni è stato difficile e doloroso”. E che di loro non si sappia nulla da giorni, inquieta non poco.
"Sappiamo che la Libia è un Paese complicato, ma che dopo tre giorni non ci sia stata neanche una prova di vita o di incolumità è molto grave”, dice Maria Elena Delia, portavoce italiana del movimento arrivata a Fiumicino per accogliere i volontari appena rientrati e sempre più preoccupata per la sorte dei due attivisti trattenuti in Libia Est e accusati di ingresso illegale. “Non li sentiamo da tre giorni, neanche le famiglie hanno avuto alcun contatto e stanno impazzendo. Al momento, non sappiamo neanche ufficialmente se siano in stato di fermo, in detenzione, ci arrivano semplicemente voci. Chiediamo al governo italiano e a tutti quelli degli attivisti fermati di fare tutta la pressione possibile perché ci diano almeno informazioni”. Una nota del ministero degli Esteri della Libia di Haftar ha confermato che gli attivisti sono stati accusati di ingresso illegale e che viene loro fornita “l’assistenza sanitaria e umanitaria prevista dalla legge”, ma nulla di più. E nonostante il consolato italiano a Bengasi ne abbia fatto richiesta, nessuna visita è stata al momento autorizzata. “Speriamo tornino presto”, si è limitato a commentare questa mattina il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine degli Stati generali della previdenza per i professionisti
“Ci aspettavamo di avere delle difficoltà, ma quest’anno era stato fatto un lavoro di diplomazia previo per evitare che, come l’anno scorso, la carovana venisse bloccata – spiega Delia – Quindi, al contrario ci aspettavamo maggiore disponibilità e collaborazione e sicuramente non il trattamento che hanno ricevuto. Personalmente credo che ci siano state pressioni dall’Egitto, a cui sono arrivate da Israele”. E che abbiano fatto breccia tanto nella Libia di Haftar, come in quella in mano al Gnu del presidente Dbeibeh. “Anche perché il problema non è stato solo in Libia Est, ma anche in Libia Ovest”, sottolinea Marco Contadini, un altro degli attivisti appena tornati a Fiumicino, ricordando il violento raid con cui sono stati sgomberati dall’accampamento di Sirte.
“Ma noi ritorneremo”, promettono gli attivisti. "Anche se non abbiamo raggiunto l’obiettivo – spiega Suriano – quello che è successo in Libia dimostra che il genocidio a Gaza viene sostenuto da una rete di complicità che va oltre Israele e si fonda su interessi economici. Mostrarlo fa parte dell’opera di smantellamento”.




























