Una sedia vuota, l’immagine finale dello strappo politico. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli non parteciperà alle giornate di pre-apertura della Biennale d’arte di Venezia né all’inaugurazione del 9 maggio. La decisione, nell’aria da settimane, ieri è stata ufficializzata da uno comunicato del Mic. Nessun bisogno di specificare le ragioni già note: il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco ha promosso e assecondato la riapertura del padiglione russo contro tutto e tutti: il governo, la Commissione Ue (pronta a tagliare 2 milioni di fondi) e la sua stessa giuria che ha annunciato l’esclusione di Russia e Israele dalle premiazioni.
Per il Pd, la diserzione di Giuli conferma una «gestione della cultura degna dell’asilo Mariuccia». Secondo il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini, invece, il ministro «si nasconde» anziché «difendere con la schiena dritta» l’indipendenza dell’istituzione. Ieri, incontrando i 5s Gaetano Amato ed Enrico Cappelletti, Buttafuoco ha rivendicato la volontà di rendere l’esposizione un’«Onu dell’arte». Alle accuse sulle sanzioni, ha detto, risponderà valendosi della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue.
Il 10 aprile l’esecutivo comunitario ha inviato una lettera alla fondazione comunicando l’intenzione di sospendere o cancellare il finanziamento che le viene attualmente erogato all’interno di un programma europeo per il cinema. La Biennale ha tempo fino all’11 maggio per inviare le proprie osservazioni. La Commissione ha chiesto anche un parere del governo italiano, a fine marzo. La risposta, come anticipato da Repubblica, è arrivata venerdì scorso: secondo la Farnesina l’istituzione lagunare non ha violato il regime sanzionatorio in vigore contro Mosca.


























