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Perché niente R&D?
Luigi Ippolito · 2026-06-20 · via DEV Community

Luigi Ippolito

La domanda colpisce un nervo scoperto dell'economia italiana. Il quadro che emerge dai dati ufficiali è piuttosto netto: l'Italia investe in R&D solo l'1,38% del PIL (2024), contro il 2,24% della media UE, il 3,1% della Germania e il 2,2% della Francia. Ma la vera anomalia è nella composizione: solo il 51% della spesa R&D nazionale proviene dalle imprese, contro il 66% della media europea e valori che sfiorano il 74% in Svezia e Belgio.

Perché una classe imprenditoriale — che peraltro non è omogenea — non investe? Il nesso tra collusione politica e sottoinvestimento in innovazione si spiega attraverso alcuni meccanismi strutturali, più che morali.


1. Il modello della rendita protetta sostituisce quello della crescita

Quando il rapporto con il potere politico garantisce accesso preferenziale a contratti pubblici, agevolazioni fiscali, sussidi selettivi e protezione dalla concorrenza, l'incentivo a innovare si indebolisce. L'innovazione è rischiosa, costosa e dal rendimento incerto; la rendita politica è prevedibile, immediata e spesso più redditizia nel breve-medio termine. L'OECD ha identificato energia, trasporti, aerospazio e grandi opere come settori a rischio corruzione in Italia, dove le PMI (il 99% delle imprese) sono particolarmente vulnerabili.

La logica è quella del sostituto perfetto: perché investire in R&D quando puoi investire in relazioni?

2. La struttura dell'impresa italiana: piccola, familiare, avversa al rischio

Il 99% delle imprese italiane sono PMI, spesso a conduzione familiare. Questo modello ha virtù (flessibilità, radicamento territoriale), ma anche un limite strutturale: la priorità della stabilità familiare sulla crescita. I manager-familiari tendono a preferire l'innovazione incrementale (acquisto di nuovi macchinari) rispetto a quella radicale, che richiede assunzione di specialisti, brevetti, cooperazione con università e cambiamento organizzativo.

Il risultato? L'Italia è piena di "innovatori senza R&D" (OECD, 2010): imprese che introducono novità senza investire sistematicamente in ricerca. Questo è coerente con una strategia di sopravvivenza più che di conquista di mercato.

3. Il circolo vizioso: scarsa R&D → posizionamento debole nelle catene del valore → minori incentivi a innovare

Le imprese italiane partecipano alle catene globali del valore (GVC) principalmente come fornitori di componenti intermedi, non come detentori del prodotto finale. Nel 2019, solo il 7% delle imprese italiane in GVC aveva legami "relazionali" (scambi strategici e tecnologici duraturi) con partner esteri. Chi sta a monte della catena detiene il valore aggiunto attraverso asset intangibili (design, branding, ricerca). Chi sta a valle — l'Italia, nella maggior parte dei casi — ha meno stimoli a digitalizzarsi e innovare.

4. Il sistema finanziario non premia l'innovazione

L'accesso al credito in Italia è ancora fortemente legato alla garanzia reale (immobili, collateral), non ai progetti. Il venture capital resta sottosviluppato rispetto agli altri paesi europei. Una startup innovativa italiana attrae tre volte meno investimenti di una svedese equivalente e la metà di una britannica.

Quando il sistema finanziario premia le connessioni (interlocking directorates bancari, relazioni con le fondazioni) più che le idee, l'innovazione diventa un lusso per pochi.

5. La politica industriale: tra sussidi selettivi e inefficienza

Fino a metà anni 2000, la politica industriale italiana si basava su sovvenzioni discrezionali, spesso colpite da "cronyism, deadweight losses e picking-the-winner bias". Questo ha creato una classe imprenditoriale adattata a competere per i fondi pubblici piuttosto che per il mercato. Il passaggio a incentivi orizzontali (crediti d'imposta R&D, patent box) è avvenuto solo negli ultimi anni, ma la cultura della "rendita di posizione" è radicata.


Un'ipotesi di sintesi

La "classe imprenditoriale collusa" di cui si parla non è necessariamente un complotto, ma il risultato di un equilibrio istituzionale: un sistema politico che distribuisce risorse in modo discrezionale, un tessuto produttivo dominato da piccole imprese familiari, un mercato finanziario poco incline al rischio, e una giustizia civile lenta che rende costose le transazioni complesse. In questo scenario, l'investimento in R&D è sostituito da investimenti più sicuri: relazioni politiche, acquisizione di macchinari, espansione graduale.

Il paradosso è che l'Italia ha un sistema di ricerca pubblico competitivo (co-pubblicazioni scientifiche sopra la media UE, attrattività per dottorandi stranieri in crescita), ma un ponte fragile tra ricerca e impresa. Il PNRR ha stanziato 11,4 miliardi per colmare questo gap, ma il CNR segnala l'incertezza sulla sostenibilità dopo il 2026: senza misure strutturali, l'impatto rischia di restare "one-off".

In altre parole: finché il gioco premia chi conosce più di chi innova, la R&D resterà un'eccezione, non la regola.