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Ilaria Tuti racconta l’invasione dei cosacchi in Friuli
Zita Dazzi · 2026-06-24 · via Repubblica.it Venerdi

Ancora oggi chi va per i monti della Carnia, scavando in quelle che erano le trincee della Grande guerra, può tornare a casa con lo zaino pieno di ossa. Sono terre di confine, di lupi e di aquile reali, segnate dalla devastazione del terremoto di cinquant’anni fa, e poi dalla fatica della ricostruzione. Dal lavoro di generazioni di montanari che combatterono la fame e la povertà e delle contadine inquadrate nell’esercito regio come “portatrici”. Erano le donne, infatti, a salire a piedi sulle vette innevate, con le gerle di paglia sulle spalle per portare cibo e rifornimenti agli alpini impegnati nella battaglia. E qui, nell’altra guerra, nel ’44, a calpestare le spoglie dei soldati morti per strappare fazzoletti di roccia agli austriaci, furono gli zoccoli dei cammelli asiatici.

Li avevano condotti sulle creste paleozoiche i 40 mila cosacchi che calarono dal Caucaso. L’ordine di invasione venne dai nazisti che volevano contenere l’avanzata dei partigiani in questa zona del Friuli orientale autoproclamatasi “Libera Repubblica della Carnia”.

Convivenza forzata

È questa storia di violenza, dolore e convivenza forzata al centro del romanzo storico Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi), ultima fatica di Ilaria Tuti, nota al grande pubblico italiano – e di altri 27 Paesi – come autrice della serie iniziata con Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018), prima indagine del commissario Teresa Battaglia, seguita da altri quattro thriller diventati tutti bestseller internazionali. La rocciosa commissaria con un inizio di Alzheimer è diventata poi anche protagonista di una serie di grande successo per la Rai. Ma la fama non ha cambiato il carattere schivo e intenso di Ilaria Tuti, guida d’eccezione in un tour sui luoghi dove è ambientata l’ultima trama, nella quale, pur senza una serie di misteriosi crimini, non si lesinano sangue e terrore.

Il sangue è quello dei partigiani nascosti fra le montagne, ma anche quello dei civili, vittime innocenti dei feroci cosacchi. Oltre cinquemila persone furono costrette a sfollare da un giorno all’altro e a lasciare le case ai “russi”. Il romanzo narra la brutalità dell’ultimo anno di guerra, ma anche la convivenza forzata, l’inaspettato spirito di adattamento dei “barbari” che arrivarono in Carnia con le icone ortodosse dei loro santi e finirono per integrarsi, in qualche modo, con la gente di qui. «I cosacchi guadarono le acque cristalline e il greto sassoso del Tagliamento con le famiglie e le masserizie sui carri, oltre 6.000 cavalli al seguito», racconta Tuti. «L’antico ponte di pietra era stato distrutto dai partigiani per impedire l’attraversamento dei tedeschi, dopo l’8 settembre del 1943». Ma i nazisti non potevano tollerare questa situazione anarchica e così, nell’ottobre del 1944, scatenarono una grande offensiva. Invasero la zona libera e ripristinarono le vie di comunicazione verso l’Austria. I cosacchi instaurarono la Kosakenland in Nord Italien, con il comando generale a Tolmezzo, che venne ribattezzata la “Piccola Mosca”, uno dei luoghi narrati nel libro.

Tuti è una friulana tosta, orgogliosa delle proprie radici, modi dolci ma decisi, una voce autentica e vera del territorio, che non è solo scenario, ma anche protagonista di tutte le sue storie da oltre un milione di copie. Nata solo dieci giorni prima del sisma del 6 maggio 1976 – mille morti, dei quali 400 a Gemona, in provincia di Udine, suo paese natale – Tuti è vissuta fino ai nove anni fra tendopoli e prefabbricati con altri 45 mila terremotati. «Per me scrivere della guerra e del terremoto è in qualche modo un’azione conseguente, perché in entrambe c’è la distruzione, la morte e poi la rinascita», dice, mostrando la chiesa di Alesso, piena di antiche icone e immagini sacre con le scritte in cirillico.

Il breve respiro

Il viaggio parte, come il romanzo, dalla cappella della Madonna dei Miracoli di Trava, frazione di Lauco, costruita nel 1659. Sono le pagine intense del primo capitolo, parole pennellate per descrivere il “rito del breve respiro” officiato dalla protagonista, l’intrepida Serafina. «A quel tempo il parto era un evento sempre a rischio, e quando un bambino nasceva già morto per la Chiesa non si poteva battezzarlo» spiega la storica Gabriella Bolzan. «Era presagio di sventura per la famiglia. Allora i genitori si sobbarcavano il viaggio fino a questa chiesetta, dove si faceva un rito nella speranza che arrivasse l’ultimo soffio dei polmoni, la luce di Dio per i bimbi nati morti, che a quel punto potevano ricevere il battesimo e andare in Paradiso. Quelli che non davano cenno di vita venivano seppelliti vicino ai corsi d’acqua, come nell’antico rito celtico della purificazione, oppure intorno alla chiesa. E infatti, sono stati ritrovati centinaia di resti umani nei dintorni dell’edificio».

Tuti ha studiato due anni prima di scrivere, raccogliendo anche le memorie di uno zio del marito, ex partigiano della Brigata Osoppo, che ricorda ancora bene i cosacchi in pelliccia, il colbacco sulla testa con la croce uncinata. «Rispondevano al comando nazista di Trieste: ordinarono lo sfollamento dei civili da Alesso, Trasaghis e Bordano, nella zona del lago di Cavazzo. Le foto storiche ce li mostrano sui carri, vestiti nel modo tradizionale. Erano nomadi, allevatori di cavalli: alieni per la gente di qui», racconta Pieri Stefanutti, il responsabile del centro di documentazione di Trasaghis. Erano stati arruolati in Armenia, Azerbaigian, Georgia, Mongolia, dopo l’invasione dell’Unione sovietica da parte della Wermacht.

«Questo antico affumicatoio per le carni è rimasto come allora» continua Tuti varcando l’ingresso della locanda Stella d’Oro di Villa di Verzegnis, che fino al 2 maggio 1945 fu sede del comando cosacco con l’Atamano Piotr Nicolaievic Krasnov, un principe zarista. «In friulano si chiama fogolâr: come racconto nel romanzo, era il caratteristico ambiente domestico dove si consumavano i pasti».

Destinazione gulag

Ultima tappa del viaggio è Timau, frazione del Comune di Paluzza, a dieci chilometri dal confine con l’Austria. «Qui, la leggenda dice che la chiesa del Cristo Re sia stata costruita con i soldi lasciati dai cosacchi» racconta ancora la scrittrice. «In realtà si sa solo che il denaro fu consegnato al parroco dell’epoca da un alto ufficiale nazista, in fuga insieme ai cosacchi. Il denaro era sicuramente di dubbia provenienza». L’ultimo quarto del romanzo è dedicato proprio alle concitate giornate della fuga degli invasori. Accanto alla chiesa c’è il Museo della Grande Guerra, pieno di cimeli, un intero piano dedicato al popolo della steppa. «I cosacchi si ritirarono di fronte all’avanzata degli alleati» spiega Luca Piacquadio, il direttore del museo. «Dal passo di Monte Croce Carnico una lunga carovana, flagellata dalla neve, si ricongiunse all’altro corpo cosacco in fuga dalla Jugoslavia. Catturati dagli inglesi, rimasero sulla sponda della Drava, nel campo di Peggez, prima di essere riconsegnati all’Armata Rossa. Considerati nemici in quanto alleati dei nazisti, molti ufficiali con le loro donne e i figli si suicidarono prima dell’arresto; gli altri vennero passati per le armi o mandati nei gulag in Siberia». Sono le ultime strazianti pagine del libro, quelle della ritirata, dove ai vivi non resta che prendersi cura degli orfani e degli animali sopravvissuti alla follia della guerra.

Sul Venerdì del 19 giugno 2026