









Chissà che ora era quando la Google Car è passata lungo la Statale Ionica 106 (o E90 secondo la nomenclatura europea) per scattare questa immagine del distributore Ip tra Roseto Capo Spulico e Amendolara Marina. Non doveva comunque essere troppo diversa la scena lunedì scorso, 1° giugno, intorno alle 12,45, poco prima che si consumasse uno dei fatti di cronaca più raccapriccianti degli ultimi anni. Avete probabilmente visto le immagini delle telecamere di sorveglianza: un van fermo sotto la pensilina, due uomini che scendono, aprono il portellone, lo riempiono di benzina, gli danno fuoco; e poi, mentre il fumo nero esce dal retro, bloccano le portiere per impedire a chi è dentro di uscire. Quattro degli uomini che erano all'interno – gli afghani Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad, diciannovenni, e Amin Fazal Khogjani, 29 anni, e il pakistano Waseem Khan, 29 – sono morti bruciati vivi. Un quinto, Taj Mohammad Alamyar, 35, anche lui afghano, è riuscito a scappare, ustionato e ferito.
Erano braccianti che raccoglievano fragole nelle campagne della zona; i presunti colpevoli, due pakistani ora in carcere, erano caporali, anzi probabilmente "dipendenti" di un altro caporale pakistano, che mentre scrivo risulta irreperibile. Pare che abbiano voluto punire i lavoratori che avevano protestato perché non avevano un contratto ed erano costretti a vivere in dieci in una stanza, ma la dinamica precisa deve ancora essere chiarita Di sicura c'è la frase del questore di Cosenza: «Non ho mai visto una tale crudeltà in 34 anni di mestiere».
E di sicuro c'è anche che di tanti braccianti che lavorano le nostre terre – italiani e stranieri, regolari e no, pagati tre euro l'ora o non pagati per niente – finiamo per occuparci solo quando la crudeltà supera una certa soglia di attenzione: come successe due anni fa nell'Agro Pontino con Satnam Singh, il lavoratore pakistano a cui una macchina aveva tranciato un braccio e che il datore di lavoro – italiano – lasciò a morire sul ciglio della strada, l'arto amputato appoggiato in una cassetta della frutta. "Invisibili", li chiamiamo con formula pigra. Anche Taj Mohammad, il sopravvissuto, si è allontanato da Amendolara. Ha dichiarato di essere venuto in Italia a piedi da Jalalabad: forse è un'iperbole, ma almeno in teoria secondo Google Maps si può fare. Ci vogliono 1.313 ore, circa 55 giorni di viaggio ininterrotto, per venire a campare, o a morire, da invisibili nelle campagne dove crescono le nostre fragole.
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