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Maria Grazia, la Salvamamme che fa valigie di salvataggio...
Michele Gravino · 2026-05-28 · via Repubblica.it Venerdi

ROMA. Katia era stata sfrattata, «ho vissuto un mese in una 500 parcheggiata con mio marito e mia madre malata di Alzheimer», poi è riuscita a trovare una casa «ma il giorno stesso che sono entrata sono rimasta incinta. Non avevo lavoro, non conoscevo nessuno, ho visto in tv un’intervista a Maria Grazia e sono venuta qui. Mi hanno aiutata tantissimo, mi hanno permesso di risollevarmi, e anche adesso che la mia Aisha ha 13 anni quando ho un momento di difficoltà chiamo e loro ci sono al cento per cento». Fatoumata viene dal Mali, è in Italia da quattro anni, con due figli di cui uno con gravi problemi all’udito: «Qui ho trovato tutto, scarpe, vestiti, anche aiuti alimentari. Ora il bambino ha otto anni, ha avuto l’impianto, sente e parla benissimo. E io sto per finire il corso da operatrice socio-sanitaria, a giugno ho gli esami». Adriana invece è arrivata dalla Romania 24 anni fa; la sua bambina, Federica, aveva una forte disabilità visiva. «Sono venuta qui su segnalazione del Comune e Maria Grazia mi ha aiutato in tutto, dagli occhiali ai vestitini ai giocattoli. “Che bello questo negozio” mi diceva Federica, “voglio venire sempre qui”».

“Qui” è la sede principale dell’associazione Salvamamme-Salvabebè, una serie di ampi locali messi a disposizione dalla Croce Rossa nel quartiere Portuense di Roma, ingombri fino agli altissimi soffitti di scatole, pacchi di pasta, peluche, vestiti, valigie e qualsiasi altra cosa possa essere raccolta e donata. E “Maria Grazia” è Maria Grazia Passeri, una signora minuta – 71 anni, capelli tinti di rosso acceso con una frezza bianca, un telefono cellulare sempre appeso al collo – che quell’associazione l’ha fondata e la incarna ormai da un quarto di secolo.

Il bosco e gli alberi

Nel panorama del volontariato e della solidarietà, quella di Maria Grazia – tutti la chiamano per nome, tutti le danno del tu – è una storia originale, «irregolare» dice lei. «Vengo da una cultura laica e radicale, ero con Marco Pannella fin dai primi tempi del partito. Ma Pannella diceva sempre: guardate il bosco e non gli alberi. Per lui chiunque era sacrificabile. A me piace la gente. La gente non è sacrificabile».

Negli anni Novanta Maria Grazia si allarma per una serie di casi di neonati abbandonati e ritrovati senza vita: «L’aborto deve essere garantito, ma l’infanticidio è un’altra cosa, un bambino morto è uno spreco umano assurdo. Ho cominciato a mettere adesivi sui cassonetti per spiegare alle donne che potevano partorire in anonimato e lasciare il bimbo in ospedale. Ma poi qualcuna mi chiamava: sei cattiva, mi dici di abbandonare mio figlio ma io vorrei tenerlo, però che cosa gli do da mangiare, come lo vesto? Ho capito di dover fare un passo in più. La roba ho cominciato a distribuirla in una casa di mia proprietà, al quarto piano: la fila arrivava fino al piano terra».

Da Cucinelli a Shein

Oggi la “roba” sono le migliaia di capi di abbigliamento che Salvamamme riceve in regalo da privati, da produttori o da negozi che devono smaltire le giacenze: «purché siano lavati, disinfettati e in condizioni perfette. Qui trovi di tutto, da Cucinelli a Shein, dall’hijab al vestito da sposa. Abbiamo anche creato la “Boutique nonna”, con una stilista che viene ad aggiustare i capi: ci sono signore che chiedono di potersi vestire bene almeno una volta, magari per la comunione o la laurea del nipote. I poveri non devi vestirli da poveri. E poi siamo tutti poveri: chi di soldi, chi di bellezza, chi d’amore...».

Coordinando una fitta rete di enti, volontari, sostenitori, Salvamamme interviene anche all’estero, accoglie profughi, assiste senzatetto, è andata casa per casa all’epoca del Covid. Fa da punto di raccolta e distribuzione per il Banco alimentare. «Sono un vigile urbano, dirigo il traffico» dice Passeri. «C’è una ditta che ha 50 mila scatole di cioccolatini da donare? Mi attacco al telefono e trovo l’impresa che può tenermeli finché non li distribuiamo».

Il marchio di fabbrica dell’associazione è la “valigia di salvataggio”: un kit d’emergenza per chi scappa da un compagno violento e per i bambini. «Ci sono tre o quattro cambi, qualcosa per coprirsi se la stagione è fredda, l’essenziale per l’igiene e anche per il trucco» spiega Katia Pacelli, sociologa e operatrice. «Ma è anche un simbolo, un incentivo psicologico a non tornare in una casa dove hanno lasciato tutto. Mettiamo le donne in comunicazione con i centri antiviolenza, le aiutiamo a trovare un alloggio. Ogni anno distribuiamo almeno trecento valigie, non solo a Roma. Per esempio abbiamo una collaborazione con il Comune di Cremona, hanno appena consegnato la prima».

«Ci sono valigie anche per uomini violenti ma consapevoli, che si allontanano per curarsi: a volte ritrovano l’equilibrio» continua Maria Grazia. «E se un bambino ha dovuto lasciare a casa il giocattolo preferito, facciamo di tutto per trovargliene uno uguale».

Serendipity

In una normale mattinata il centro è affollato di persone – operatrici, volontari, studenti dei licei, ragazzi del servizio civile, pensionati – che scaricano, mettono in ordine, cuciono, riparano. Tutti concordano: senza Maria Grazia, l’associazione non potrebbe andare avanti, non così. «È il pifferaio magico, le vanno dietro tutti» sorride Rossella Alimenti, giornalista Rai e sostenitrice. «Sono diabetica, non ci sento più da un orecchio, l’anno scorso un’auto mi ha investita» dice lei. «Ho perso una figlia di soli 34 anni, per un male orribile. Questo posto è una delizia ma può essere un inferno. Però ogni tanto accade un piccolo miracolo. Una volta avevo qui una famiglia con due bambine molto malate. Non sapevo che fare, ho detto: teniamoci per mano e preghiamo. E ti giuro, in quel momento ha chiamato un’associazione ricchissima disposta a contribuire alle cure. Ora quelle ragazze vanno all’università. Io non sono religiosa, però credo nella serendipity. Credo che possa esserci qualcosa di più bello e più giusto. E se non ci fosse, possiamo inventarlo».

Sul Venerdì del 29 maggio 2026