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L’infarto e le violenze, la Nobel iraniana Mohammadi non ...
di Gabriella · 2026-05-12 · via Repubblica.it Esteri

Ha dovuto pagare per uscire di prigione, per affittare un’ambulanza e provare a mettersi in salvo. L’hanno fatto i suoi familiari per lei, perché Narges Mohammadi adesso è fragile, ferita, non ha le forze, è sorvegliata a vista. Ma almeno, finalmente, nelle mani dei suoi medici fidati. È arrivata all’ospedale Pars di Teheran sabato, in condizioni critiche dopo quelli che si sospettano essere stati due arresti cardiaci mentre era detenuta nella prigione di Zanjan, nel nordovest dell’Iran, il 24 marzo e il primo maggio, e dopo dieci giorni in terapia intensiva nell’ospedale della città che non aveva i mezzi per curare il suo corpo sfinito da anni di prigionia. Ha perso quasi 20 kg in carcere, subito dopo il primo attacco faticava persino a camminare: la reggevano le infermiere.

Premio Nobel per la pace 2023, Mohammadi è il simbolo e l’anima della lotta per i diritti umani e contro la pena di morte in Iran. Il mondo la conosce, il sistema della Repubblica islamica la teme. «Stavano cercando di sbarazzarsi di persone come Narges, detenute in prigione, negandole le cure», denuncia il fratello Hamidreza che vive a Oslo. La famiglia ha chiesto per settimane che venisse trasferita in ospedale a Teheran, dove l’equipe che la segue da sempre avrebbe potuto stabilizzare le sue condizioni, la pressione sanguigna che fluttua come in tempesta e mette a rischio la sua vita. «Si sono opposti con veemenza, solo grazie all’attenzione della comunità internazionale e alla pressione pubblica hanno dovuto retrocedere». E adesso le stanno con il fiato sul collo.

Nell’ambulanza che la famiglia ha dovuto pagare di tasca propria, dopo aver sborsato molti denari per la cauzione, c’era sua sorella, Roya, che vive in Iran. Ma a differenza delle innumerevoli altre volte in cui Mohammadi è stata rilasciata dal carcere per motivi medici non è stato pubblicato nessun video, nessuna immagine. Non ci sono dichiarazioni, parole, le frasi pungenti che la Nobel ha sempre pronunciato appena rimesso il piede in libertà. «È sotto stretta sorveglianza». Le telefonate con Teheran sono complicate e brevi, suo fratello l’ha vista solo in foto, in ospedale, «molto debole, molto dimagrita». Quasi «irriconoscibile», dice la sua avvocata francese, Chirinne Ardakani, che assiste anche il marito di Narges, Taghi Rahmani, esule a Parigi con i loro figli da più di dieci anni.

È il tempo infinito che la tigre dell’attivismo democratico in Iran ha trascorso senza vedere i suoi gemelli, Ali e Kiana. «La mia sofferenza più insopportabile e indescrivibile è l’ardente desiderio di stare con i miei figli, che ho lasciato quando avevano otto anni», confidò nel settembre 2023. Ed è a loro che pensa adesso, tra la prigione, la guerra, la terapia intensiva. «La sua preoccupazione principale sono i gemelli che stanno subendo un’enorme pressione: aspettare ogni giorno quella che potrebbe essere una terribile notizia ha un impatto devastante su due ragazzi così giovani, hanno 19 anni», dice Hamidreza.

La comunità internazionale, le associazioni per i diritti umani, il comitato per il Nobel, chiedono alla Repubblica islamica di liberarla, di cancellare le accuse di “propaganda contro lo stato” che le sono costate già dieci anni in carcere e che ne valgono altri 18 ancora da scontare. Teheran tace.

Nata a Zanjan cinquantaquattro anni fa, Mohammadi iniziò a studiare fisica ma si laureò poi in ingegneria. Cominciò a dedicarsi all’attivismo civile da ragazza, con un’altra premio Nobel iraniana, Shrin Ebadi, di cui ha raccolto l’eredità. Ha organizzato sit.in e proteste pacifiche, atti di disobbedienza civile dentro e fuori dal carcere. Ha scritto per denunciare la Tortura bianca dell’isolamento inflitta ai prigionieri politici. «Non permetterò che il carcere mi metta a tacere. L’impegno per i diritti delle donne, i diritti umani e la libertà non può essere ostacolato da nessuna cinta muraria», disse nel 2024. I media di stato iraniani quasi non parlano di lei e se lo fanno è solo per accusarla, «agisce contro la sicurezza nazionale», istiga atti di «sedizione». Gli iraniani però la conoscono, con quella frase che ripete sempre e tiene accesa la speranza in chi sogna un paese democratico: “La vittoria non sarà facile, ma è certa”