

























Edifici anche di quindici piani collassati uno sull’altro. Piani come strati di una torta millefoglie che diventano una trappola per chi cerca di scappare. Nelle immagini che arrivano dal Venezuela devastato da una doppia scossa di terremoto sono ormai una costante.
Negli Usa li iniziano a chiamare “pancake building”, perché le case che crollano su se stesse, con i pilastri e i muri portanti sbriciolati, sembrano proprio una torre delle frittelle tipiche della colazione americana. Ma non c’è nulla di dolce, perché sono trappole: i piani collassano rapidamente uno sull’altro, non lasciando il tempo di uscire alla gente che cerca di fuggire. In più difficilmente si creano delle nicchie in cui ripararsi in attesa dei soccorsi.
Analizzando le immagini che arrivano da La Guaira e confrontandole con quelle precedenti al momento del crollo, la Cnn ha identificato almeno quindici edifici con le medesime caratteristiche. “In una situazione del genere – dice all’emittente nordamericana il professore dell’Università centrale della Florida Necati Catbas – anche i soccorsi sono molto difficili e sono necessarie squadre altamente specializzate, perché è altissimo il rischio di nuovi crolli”. E si apre il dibattito sul perché in altri Paesi come Cile, Messico o Giappone, che anche nel passato recente hanno affrontato eventi sismici di pari o anche superiore intensità, non sia successo nulla del genere. O in ogni caso, non in così ampia scala.
Certo, premette il professore dell’Università del Cile Rubén Boroschek, confrontare i terremoti rischia di essere sempre fuorviante perché bisogna considerare diversi fattori: il tipo di sisma, la vicinanza delle zone abitate da ipocentro e epicentro, la densità dell’area colpita. Altra variabile da considerare è il tipo di terreno su cui vengono tirati su gli edifici, suggeriscono i sismologi. Tuttavia, spiega Boroscheck, ci sono degli elementi che di certo possono essere valutati.
Primo, “l’abitudine” dei territori ad affrontare gli eventi sismici. In Messico e Cile, dove è stato registrato il terremoto più forte della storia, con magnitudo 9,5, che la terra tremi è una costante. Questo ha significato l’adozione di una normativa molto rigida già all’inizio del ‘900, con impone condizioni e criteri estremamente precisi nella costruzione degli edifici. “I nostri edifici sono pieni di muri antisismici. Si può tagliare il muro alla base e molto probabilmente l'edificio rimarrà in piedi. Se si fa lo stesso con gli edifici a travi e pilastri, che sono molto comuni in Venezuela, il crollo è molto probabile”, afferma il docente cileno parlando con El Paìs.
In Cile ogni terremoto ha fatto da maestro e segnalato la necessità di nuove esigenze tecniche e un rafforzamento dei meccanismi di controllo, aggiunge Marcelo Lagos, docente presso l'Istituto di Geografia della Pontificia Università Cattolica del Cile. "Questo – spiega - ci ha permesso di costruire una governance sismica che ci garantisce di poter convivere con il pericolo dei terremoti”.Nel Paese lo sanno che la terra spesso trema, come in Giappone. E anche lì, segnalano gli esperti, ci si è imparato a convivere. Risultato: normative antisismiche estremamente rigorose, con strutture che incorporano materiali flessibili, smorzatori e sistemi di isolamento che consentono agli edifici di oscillare senza collassare. Inoltre, vengono utilizzate tecnologie di isolamento sismico, soprattutto nelle infrastrutture critiche come ospedali ed edifici pubblici, che assorbono parte dell'energia del terremoto e ne riducono l'impatto diretto sulla struttura. E poi ci sono da considerare la preparazione della popolazione, che sa come reagire durante un evento sismico, e un sistema di allerta rapida.
Il Venezuela è un territorio sismico, in passato ci sono stati terremoti anche intensi come quello del 29 luglio 1967, costato la vita a 236 persone. E una normativa antisismica c’è, tuttavia – si segnala sul Clarìn – prevede verifiche sul piano progettuale. Il problema è quello che succede dopo, quando gli edifici vengono modificati in corso d’opera o peggio a opera conclusa, o con materiali diversi da quelli indicati. E poi, le costruzioni informali, tirate su senza alcun tipo di autorizzazione o criterio, sono una costante, soprattutto nei ranchitos, i ghetti in cui vivono milioni di persone nella sola Caracas.
Ma mai – né negli ultimo vent’anni del secolo scorso, periodo della grande speculazione edilizia, né durante il chavismo, con la Mision Vivienda, rimasta corta rispetto alle premesse, meno che mai negli anni di Maduro, con il Venezuela asfissiato dalla crisi econoica – è stato approvato un piano di riqualificazione, messa a norma o abbattimento e ricostruzione.
In Venezuela c’era chi aveva fatto da Cassandra, segnalando i rischi soprattutto in relazione a zone come la Guaira, già ferita dalla devastante alluvione del 1999, ma dove comunque si è continuato a costruire su terreni estremamente instabili. “Creiamo disastri ogni giorno – aveva detto parlando con La Gran Aldea Virginia Jiménez Díaz, geografa dell'Università Centrale del Venezuela (Ucv) - Questo accade perché le istituzioni sono deboli. La creazione di vulnerabilità è strettamente legata all'inefficienza dello Stato".
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