CLACTON-ON-SEA – «Welcome! Lo sa che tutto è partito da qui?». Nigel Farage ci accoglie nel suo ufficio di Clacton-On-Sea, città costiera e depressa dell’Essex, nel sud-est inglese dove è stato eletto deputato a Westminster dopo otto flop: «Molti si sono trasferiti qui da Londra Est, dove non vogliono più far crescere i loro figli». Tappetino Union Jack, giacca di tweed verde foglia e pantaloni senape, il re della Brexit e leader del partito di destra Reform UK in testa ai sondaggi, ha scelto Repubblica per la sua unica intervista internazionale in vista del decimo anniversario del referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Ecco, partiamo da quel 23 giugno 2016.
«La mattina ero proprio qui a Clacton, ed ero molto fiducioso. Poi torno a Londra, e un sondaggio ci dà dieci punti indietro. Allora mi scoraggio, dopo aver fatto campagna per la Brexit per 23 anni… mi sono versato un bicchiere di vino e ho atteso i risultati delle 22».
Quando lei va in tv e annuncia la sconfitta. Ma non era vero e ci sono state accuse di aver speculato sui mercati.
«Stupidaggini. Alle 4 di notte capisco che noi brexiter avremmo vinto. Vado a fare colazione con lo champagne all’Hotel Ritz. Mi sono sentito una meraviglia. Che orgoglio. Aspettavo questo momento da quando avevo 20 anni… senza di me, senza le mie campagne da europarlamentare a Bruxelles, senza YouTube che ha iniziato a propagare i miei video scavalcando i media tradizionali, la Brexit non sarebbe mai esistita!».
Il 23 giugno 2016 è il più bel giorno della sua vita?
«Professionalmente sì».
E personalmente?
«No. Anche io sono una persona normale: quattri figli e tre nipotini».
Dieci anni dopo, crede che la Brexit sia stata messa in pratica?
«Come politica estera, siamo ancora più influenti».
Ma come? La Gran Bretagna è ancora più isolata in un mondo sempre più pericoloso.
«Non è vero. Non contavamo niente in Ue. Invece, sull’Ucraina oggi siamo in prima linea. Ma perché gli abitanti di Clacton e molti altri hanno votato per la Brexit? To take back control. Per riprendere il controllo».
Ma non è successo.
«Vero. Perché non lo abbiamo voluto. Vedi il flusso enorme di migranti dopo la Brexit. Perché i conservatori hanno tradito il Paese. Theresa May? Un disastro. Per non parlare di Boris Johnson. Perciò i conservatori ora si stanno estinguendo. Le nostre leggi per le imprese seguono ancora l’Ue. E abbiamo svenduto i diritti dei pescatori britannici agli europei per altri 11 anni in cambio di niente! Tutto questo mi fa incavolare».
Ma ora il Labour al governo vuole riavvicinarsi sempre di più all’Ue e anzi, il sindaco di Londra Khan vuole tornare nell’Unione.
«Non accadrà mai. Anche il Labour si estinguerebbe se lo facesse. La Brexit resta la cosa giusta per il Regno Unito. Gli europei non capiscono quanto sono irrilevanti a livello globale. Mi stupisco che l’euroscetticismo non stia attecchendo… ma vediamo cosa combineranno Bardella in Francia e l’Afd in Germania…».
Beh, pure Giorgia Meloni era euroscettica, ora molto di meno.
«Vero, ma almeno ha stabilizzato la politica italiana e ha ridato fiducia al Paese. Anche per questo, credo che non vogliate ordini da Bruxelles: l’euroscetticismo tornerà di moda in Italia. In ogni caso: personalmente, voglio buone relazioni con l’Ue. Ma non tramite le convenzioni di Bruxelles. Per esempio, nel 2015 glielo avevo detto a tutti al Parlamento Europeo che le nuove leggi permissive sui rifugiati avrebbero aperto le porte a milioni di irregolari dal Mediterraneo. Idioti! Idioti!».
Però Farage, lei prima della Brexit accusava i migranti dell’Est Europa. Molti di questi sono scappati e ora se la prende con i milioni arrivati negli ultimi anni da Africa e Asia, con culture molto diverse. Non era meglio tenersi i polacchi?
«È vero, culturalmente siamo molto più affini. E ogni polacco che incontro qui mi dice che vota per me, e anche molti italiani… Ma il problema fu che gli est-europei erano troppi. Troppi. E ora, per colpa di Johnson, milioni sono entrati senza uno straccio di lavoro. Ci costeranno almeno 200 miliardi».
Lei ha detto che vuole strappare retroattivamente a molti migranti anche i permessi di soggiorno a vita. Europei inclusi?
«Per il resto del mondo la nostra posizione è chiara. Per gli europei dovremmo negoziare con la Ue. Perché la residenza a vita include accesso a sussidi e case popolari. Oramai ci sono quartieri a Londra dove il 50% degli alloggi popolari va a stranieri che talvolta non parlano nemmeno una parola di inglese. Perciò la sinistra operaia ora ci vota in massa».
Però sia chiaro sugli europei residenti oltremanica. Si salveranno con lei al governo?
«Sì, ma non avranno il welfare garantito. A meno che non lavorino e contribuiscano».
Ma ciò infrange l’accordo legale tra Regno Unito e Ue.
«Invece va cambiato. Perciò dovremo negoziare… ma il problema vero sono coloro che arrivano dal Pakistan, un disastro economicamente e culturalmente. Ci sono città britanniche dove l’Islam radicale sta prendendo piede, dove il welfare sta sfondando ogni limite, dove si sposano tra cugini, con tutte le conseguenze a livello sanitario».
Si è pentito delle sue parole dopo l’omicidio del 18enne bianco Henry Nowak? Da “White Lives Matter” alla “rabbia pura e fredda”.
«Assolutamente no!».
Neanche dopo i recenti disordini a Belfast?
«Sarebbe capitato comunque. È un peccato che questi teppisti mascherati abbiano dato la scusa ai politici di evitare di affrontare il problema. Gli stessi che dichiaravano di provare “rabbia” dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis e poi Black Lives Matter. Ho scelto le parole accuratamente: rabbia pura e fredda, quella che ti bolle dentro di fronte a simili ingiustizie. Se non provi rabbia per il video della morte di Henry Nowak, non sei normale».
Crede che siamo solo all’inizio di maggiori disordini, tensioni, rivolte?
«Senz’altro, se non troviamo soluzioni a questo problema».
I bianchi sono davvero discriminati?
«Senza dubbio. Vada a parlare con i poliziotti inglesi: sono terrorizzati di essere considerati razzisti e dunque sospesi».
Cosa risponde a chi la chiama razzista?
«Li ignoro. Voglio un sistema meritocratico, in cui tutti siano trattati allo stesso modo».
Cosa ne pensa di Elon Musk che soffia sul fuoco delle rivolte?
«Anche i politici britannici commentavano su George Floyd».
Però Musk la snobba: a lei preferisce il criminale Tommy Robinson e Rupert Lowe, suo ex deputato che ha fondato il partito di estrema destra Restore Britain, che le ruba voti.
«Perché io non sono uno scendiletto. Lowe imploderà. Nessuno mi bullizza. Nessuno può comprarmi».
Neanche con cinque milioni di sterline in criptovalute, vedi la recente e controversa donazione in suo favore del miliardario Christopher Harborne?
«No. Sono un individualista nato».
Però lei ha cambiato più volte versione su quella donazione.
«Era un regalo senza condizioni che garantirà la mia protezione a vita. Subisco minacce di morte e lo Stato non mi vuole aiutare».
Ha paura di Rupert Lowe? Perché, naturalmente, gli sta sottraendo molti voti a Reform.
«La mia opinione è che non durerà, finirà per disgregarsi»
Quindi non durerà?
«No, andrà in pezzi.»
Perché ne è convinto?
«Perché, a parte lui, chi c’è? Non c’è nessuno. C’è lui, c’è un account sui social media, lo si vede intervistato dappertutto, ed è un uso molto intelligente dei social, promosso da Elon Musk. Musk fa sì che tutti questi contenuti finiscano in cima agli algoritmi. Inoltre, molte persone dicono: “Ci piace Restore perché vediamo i loro contenuti sui social, e lui è una persona davvero simpatica, è solo un agricoltore”. Però poi magari uno dei loro principali sostenitori viene intervistato in un podcast e dice: “Tu sei ebreo, ti rimandiamo a casa tua”. Quando la gente vede cose del genere, non le apprezza».
Ma, a causa di Lowe, Reform potrebbe perdere a Makerfield, dove il 18 giugno si tiene una cruciale suppletiva che potrebbe far entrare a Westminster il prossimo premier britannico, ossia il sindaco di Manchester Andy Burnham, che vuole spodestare Starmer.
«È possibile, ma credo che la questione venga sopravvalutata».
Sopravvalutata?
«Penso che sia soprattutto una storia costruita dai media. Ed è una buona storia per i media».
Io sono stato lì e ho visto che c’è un certo sostegno per Restore.
«C’è, ma non è particolarmente ampio».
Perché il suo rapporto con Trump si è raffreddato negli ultimi tempi?
«Non si è affatto raffreddato. No, siamo ancora grandi amici».
Molti dicono che, siccome qui Trump non è molto popolare, lei preferisca mantenere le distanze.
«Non ho mai preso le distanze da Trump. Mai. Ho avuto divergenze con lui su alcune questioni. Se ripercorre gli ultimi dieci anni, troverà cinque o sei esempi pubblici in cui ho assunto una posizione diversa dalla sua. E abbiamo avuto conversazioni in cui non eravamo d’accordo, e va benissimo così. Gli amici possono anche avere opinioni diverse. Ma non ho mai rinnegato il fatto che sia un mio amico. Lui è… lui è… se prendessi il telefono adesso e lo chiamassi, risponderebbe. Sì, risponderebbe. È un amico, i suoi figli sono miei amici. Conosco la famiglia. E guardi: negli ultimi sei mesi non c’è stato alcun attraversamento illegale del confine meridionale. Voglio dire, zero. Ce l’ha fatta: ha chiuso il confine, ha fermato l’immigrazione clandestina. Con Biden sono entrati sei milioni di immigrati, sei milioni, e tra loro anche molte bande criminali straniere che negli anni a venire causeranno enormi problemi alle città americane. Quindi, qualunque cosa la gente pensi di lui, una cosa Trump cerca sempre di fare: mantenere le promesse. Si può essere d’accordo o in disaccordo con quello che fa, ma lui prova a rispettare gli impegni presi. Una volta mi disse: “Ho mantenuto più promesse di quante ne abbia mai fatte”. Questo è il suo stile, ed è anche ciò che incute timore. Ma guardi, l’economia americana sta andando a gonfie vele. E i ricchi stanno diventando sempre più ricchi».
Ma lei davvero vuole diventare primo ministro? A volte sembra riluttante e a Westminster girano voci contraddittorie.
«Perché non voglio fare lo spaccone».
Ma quando ne parla non sembra essere la sua più grande ambizione.
«Perché a me non me ne frega niente degli onori, dei titoli, dei cavalierati».
Quindi vuole diventare premier?
«Sì. A meno che non arrivi qualcuno meglio di me».
Una volta il massimo finanziatore della Brexit, il suo amico Arron Banks, mi disse: “Nigel non è un politico, è un predicatore”.
«Pure Steve Bannon una volta mi disse: “Non sei un politico, ma un profeta”. Forse hanno ragione».













