Cinque anni dopo aver conquistato Kabul, i talebani ieri sono sbarcati a Bruxelles. Li ha invitati ufficialmente la Commissione europea: sebbene non ne riconosca il regime, li ha convocati per “colloqui tecnici” sul rimpatrio degli afghani che non hanno ottenuto l’asilo politico. Un incontro contestato da europarlamentari e ong per i diritti umani, ma fortemente voluto dal governo dell’Unione. Al punto che l’incontro si è svolto al di fuori dalle sedi istituzionali, per non offrire una forma di riconoscimento inaccettabile a un regime che non rispetta i diritti umani più elementari, ma che è stato “copresieduto dai servizi della Commissione europea e dalla Svezia”, spiega un portavoce della Commissione Ue. Una “riunione con i rappresentanti tecnici delle autorità de facto afghane responsabili del rimpatrio e della riammissione” - cioè una delegazione di cinque talebani guidata da un portavoce, Abdul Qahar Balkhi - alla quale “hanno partecipato 15 Stati membri”.
Va avanti da tempo il braccio di ferro tra chi antepone i diritti violati e chi vuole chiudere uno dei fronti migratori più consistenti in Europa, con circa un milione di persone, rimandando indietro chi commette reati. Il regime medievale dei talebani ha ripristinato la gogna e le esecuzioni pubbliche, uccide i dissidenti in piazza e vieta alle donne il lavoro, lo studio e persino la possibilità di uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo. Ma con una lettera inviata lo scorso ottobre “i ministri di 20 Stati membri e Paesi associati a Schengen hanno chiesto alla Commissione di coordinare a livello Ue i contatti tecnici sul rimpatrio e la riammissione in Afghanistan, sottolineando che il rimpatrio delle persone che hanno commesso reati gravi o che rappresentano una minaccia per la sicurezza è una priorità”, spiega il portavoce della Commissione.
A gennaio inviati della Commissione erano volati a Kabul proprio per aprire il dialogo sui rimpatri, e il 17 giugno il Belgio aveva ricevuto le prime tre richieste di visto mentre in strada convergeva la protesta dei militanti e degli afghani della diaspora. Il 21 maggio il Parlamento europeo ha invece adottato con 480 voti una risoluzione che ha definito “apartheid di genere” il trattamento inflitto alle donne afghane, e 83 Ong hanno chiesto alla Ue di rinunciare a qualsiasi contatto con un regime illegittimo. Presso la Procura belga è stata presentata anche una denuncia, chiedendo di procedere contro la delegazione di un regime “terrorista e colpevole di crimini contro l’umanità”: “Gli Stati membri dovrebbero arrestarli e trasferirli alla Cpi dell’Aia”, aveva chiesto l’eurodeputata van der Walle, presidente della delegazione per le relazioni con l’Afghanistan.
“L'attenzione si è concentrata sulle persone che hanno commesso reati gravi e che rappresentano una minaccia per la sicurezza”, dice il portavoce della Commissione. Ma solo cinque anni fa i soldati dei paesi europei erano in Afghanistan per combattere, in coalizione con gli Stati Uniti, contro i talebani e la loro cultura oscurantista. E, da allora, tra tutti i paesi del mondo solo la Russia ne ha riconosciuto ufficialmente il governo, mentre Cina e India e altri hanno intrapreso rapporti ufficiosi e riavviato qualche missione consolare. Ed è proprio qui che i talebani si giocano il jolly: “E’ stata una visita storica, è la prima volta in assoluto che una delegazione dell’Emirato Islamico ha visitato l’Ue e ha tenuto colloqui con gli Stati membri”, dice Balkhi. Sul tavolo, aggiunge, non c’erano solo i rimpatri, che interessano l’Europa, ma anche misure “volte a costruire la fiducia reciproca” verso la possibile riapertura di una presenza consolare afghana nella Ue. “Ogni invito, ogni visto e ogni incontro ufficiale inviano un segnale politico. I talebani – accusa Hannah Neumann, eurodeputata del Partito Verde – non cercano discussioni tecniche: cercano legittimità”.






























