WASHINGTON — Per chi fosse davvero interessato alle arti marziali, sarà importante sapere che i primi combattimenti organizzati ieri sera davanti alla Casa Bianca dall’Ultimate Fighting Championship si sono conclusi tutti con un ko. Per la soddisfazione del presidente Trump, che così ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno insieme alla famiglia, davanti a centinaia di spettatori spesso avvolti nella bandiera a stelle e strisce, con personaggi tipo Mark Zuckerberg di Meta e il capo di Paramount David Ellison tra gli invitati.
Mauricio Ruffy, dopo aver pestato Michael Chandler, durante la conferenza stampa seguita al match ha chiesto pubblicamente alla moglie di sposarlo, cosa che ha lasciato i presenti piuttosto perplessi sulla sanità dei contendenti, dato che i due sono già sposati da diversi anni. Invece Josh Hokit, dopo aver sconfitto Derrick Lewis, ci ha tenuto a dire che "Michelle Obama è un uomo, ho ragione America?".
La verità è che l’accordo con l’Iran annunciato poco prima dell’inizio dei combattimenti ha attirato tutta l’attenzione, e solo di questo si parlava ieri sera, a parte gli appassionati di lotta che condividono l’impostazione intellettuale del capo di UFC Dana White, secondo cui "questo è il paese della lotta. È stato costruito con una lotta".
Quella con l’Iran al momento sembra finita, o quanto meno sospesa per 60 giorni, in base all’accordo che verrà firmato venerdì a Ginevra per estendere il cessate il fuoco e negoziare i dettagli sul futuro del programma nucleare di Teheran. Poco prima di recarsi davanti il ring, lo stesso Trump ha chiamato il New York Times per spiegare in cosa consiste l’intesa. Innanzitutto Hormuz riapre senza balzelli, ma era già così prima dell’attacco, e quindi nella migliore delle ipotesi si tratta di un ritorno alle condizioni preesistenti, con la differenza che il mondo ora ha avuto la prova della capacità dei pasdaran di soffocare il mercato globale dell’energia.
Il presidente ci tiene a sottolineare che il nuovo accordo è molto migliore rispetto al Jcpoa firmato dal predecessore Obama, ma la realtà è che al momento questo giudizio dovrà restare quanto meno sospeso. Infatti il testo non risolve la questione di cosa fare degli oltre 400 chili di uranio già arricchito dagli ayatollah, e nemmeno quella delle future attività nucleari della Repubblica islamica. Questi temi, i più spinosi, verranno rimandati al negoziato di 60 giorni, estendibili. Il capo della Casa Bianca ha detto al Times che l’Iran si è impegnato a non costruire o comprare la bomba atomica, ma questo lo aveva già fatto aderendo al Trattato di non proliferazione, e lo aveva ripetuto nel terzo punto del Jcpoa.
Trump insiste che i controlli dell’impegno saranno molto più stringenti, ma non sono definiti nel memorandum of understanding. Il discorso è simile sull’uranio già arricchito, rimasto in gran parte sepolto dopo i bombardamenti del giugno scorso sui tre siti nucleari principali. Il presidente ha detto di non avere fretta per recuperarlo, ma comunque verrà diluito in collaborazione con gli Usa. Quanto alla sopravvivenza di un programma civile, il capo della Casa Bianca ha accennato che la sospensione potrebbe essere di 20 o anche 15 anni, ma non eterna. A un certo punto comunque Teheran potrà riprendere questa attività, forse con una soglia massima di arricchimento non troppo lontana dal 3,67% consentito dal Jcpoa.
In cambio, se rispetteranno gli impegni presi, gli ayatollah riceveranno progressivamente i circa 25 miliardi di beni iraniani congelati all’estero, ossia molto più del contante mandato da Obama con gli aerei cargo. L’elargizione però è condizionata all’applicazione dell’intesa e Trump eviterà di farla di persona, in modo da non poter ricevere le stesse critiche lanciate da lui contro il suo predecessore. Questo discorso vale anche per il negoziato di 60 giorni, perché se non portasse ad un accordo credibile e duraturo sul nucleare, il presidente ha detto al Times di essere pronto a riprendere gli attacchi. Farebbe degli Usa il "guardiano" del Medio Oriente, in cambio però del pagamento da parte dei paesi della regione del 20% sui profitti del loro settore energetico. In altre parole è finita l’epoca in cui Washington interveniva sul palcoscenico globale per proteggere sicurezza, diritti e principi: ora lo fa solo per soldi, se e quando decide che ne vale la pena.



























