Dopo quattro giorni di buio, arrivano le prime notizie sui due italiani della Flotilla di terra fermati domenica pomeriggio al valico di Sirte. E non sono pienamente confortanti: solo dopo l’intervento del console italiano, Filippo Colombo, le autorità libiche hanno autorizzato Dina Alberizia e Domenico Centrone a fare la doccia, ricevere un cambio d’abiti. O almeno così hanno promesso, insieme a una sistemazione migliore tanto per loro, come per gli altri otto attivisti internazionali della delegazione.
Dopo giorni di attesa, il diplomatico solo ieri sera è stato autorizzato a incontrare i due italiani. “Sono in buone condizioni”, riferisce la Farnesina, che però non scende nei dettagli. Nessun dettaglio sarebbe ancora emerso sulla loro possibile espulsione. La macchina burocratica è ferma per l’Eid al Adha – una delle feste più sacre dell’Islam, importante come il Natale in Europa – quindi ancora non è chiaro quando inizieranno le procedure per il rimpatrio. Tecnicamente, rimangono in stato di fermo amministrativo, ma bisognerà probabilmente attendere la fine delle festività, prevista sabato sera, per capire cosa succederà.
Insieme a altri otto attivisti - la spagnola Alicia Armesto Nuñez, la polacca Laura Kwoczała, la statunitense Jenelle Jones, gli argentini Maria Paula Giménez e Lucas Ezequiel Aguilera, entrambi medici, l’uruguayano Matias Alvarez Rodriguez, la portoghese Ana Margarida França Santana Baptista e il tunisino Ashraf Khoja – i due italiani sono stati fermati domenica pomeriggio.
“Abbiamo perso i contatti con loro alle 15.20, la sparizione l’abbiamo vissuta in diretta”, ha detto ieri Sara Suriano, una delle attiviste rimaste in Libia Ovest e tornata ieri insieme a altri sette volontari italiani. “Lasciare indietro compagni a cui avevi promesso che saremmo tornati tutti insieme è difficile”. Per oltre una settimana, gli attivisti hanno tentato di ottenere dalle autorità della Libia orientale l’autorizzazione al transito del convoglio fino al valico con l’Egitto.
Il Land Convoy – spiegano dalla Global Sumud Flotilla – aveva anche accettato di trasferire gli aiuti umanitari alla Mezzaluna Rossa Libica, che ne avrebbe garantito la consegna attraverso il valico di Rafah, e di discutere una riduzione della carovana, limitandola a medici, ingegneri e logisti. Ma la proposta è caduta nel vuoto, nessuno ha mai risposto. Per questo una delegazione di dieci attivisti ha raggiunto il valico per discutere il possibile accordo, “come precedentemente suggerito dalle autorità della Libia orientale”.
Ma lì hanno trovato guardie armate e un atteggiamento più che ostile, immediatamente sono stati costretti a lasciare i mezzi con cui avevano raggiunto il checkpoint e a salire su van bianchi senza contrassegni. Di loro, per tutta la notte non si hanno avuto notizie, solo la mattina dopo le autorità della Cirenaica, ne hanno annunciato il fermo per “ingresso clandestino”. “Questa è una palese violazione del diritto internazionale”, tuonano gli attivisti, che continuano a chiedere il rilascio immediato dei dieci fermati. E annunciano che non è finita qui. “La flottiglia continua. Le azioni di terra continuano. Le azioni legali continuano. La solidarietà continua. Finché l'assedio a Gaza non sarà spezzato e ogni persona non sarà libera”.





















