Washington – Negoziato cancellato in Pakistan, cessate il fuoco in bilico in Iran, ripresa dell’offensiva israeliana in Libano. Le ultime 48 ore hanno portato il mondo dalla speranza di vedere la guerra avviata verso la conclusione, all’incubo che stia riprendendo. Dopo aver annullato la missione dei suoi inviati ad Islamabad, però, Trump ha detto che Teheran «ha mandato una nuova proposta» e quindi la porta del negoziato non è ancora chiusa. Il presidente americano non ha dichiarato la fine della tregua, aggiungendo che gli ayatollah «possono chiamare quando vogliono», se intendono riprendere la trattativa.
In origine il vicepresidente Vance sarebbe dovuto andare in Pakistan per i colloqui, ma quando gli iraniani hanno tentennato, inviando solo il ministro degli Esteri Araghchi, la delegazione Usa è stata ridimensionata agli inviati Witkoff e Kushner. Ieri poi Teheran ha escluso negoziati diretti con gli americani, consegnando una proposta scritta ai mediatori pachistani. A quel punto Trump ha annunciato via social che la missione era annullata: «Ho appena cancellato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad. Troppo tempo sprecato negli spostamenti, troppo lavoro! Inoltre, vi sono fortissime lotte intestine e confusione all’interno della loro “leadership”. Nessuno sa chi comandi, nemmeno loro stessi. Noi abbiamo tutte le carte in mano; loro non ne hanno alcuna. Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare». Quindi parlando con Axios e Fox ha aggiunto: «L’ho detto ai miei collaboratori poco fa, mentre si stavano preparando a partire: “No, non farete un volo di 18 ore per andare laggiù. Abbiamo noi tutte le carte in mano”. Possono chiamarci in qualsiasi momento vogliano, ma non farete più voli di 18 ore per stare lì seduti a parlare del nulla». Lo stop però non vuol dire la ripresa della guerra: «No. Non significa questo. Non ci abbiamo ancora pensato». Più tardi, mentre partiva dalla Florida per tornare a Washington, ha spiegato: «Non aveva senso andare per ricevere una proposta scritta, che era insufficiente. Hanno suggerito di riprendere i negoziati martedì, ma è troppo tardi. Dieci minuti dopo che ho cancellato la missione, però, mi hanno mandato una nuova proposta più interessante. Vedremo, non ho ancora deciso cosa fare col cessate il fuoco».
Araghchi, volato intanto in Oman, ha definito la sua visita in Pakistan «molto fruttuosa», elogiando «l’impegno e gli sforzi fraterni» di Islamabad per la pace. Non si è fermato a negoziare perché non si fida di Washington: «Abbiamo condiviso la posizione dell’Iran su un quadro praticabile per porre fine in modo permanente alla guerra. Devo ancora vedere se gli Usa prendono davvero sul serio la diplomazia». Il comando militare ha avvertito che «se il blocco e la pirateria americana nella regione continueranno, provocherà una risposta iraniana decisiva». Il premier israeliano Netanyahu ne ha approfittato per ordinare «un attacco deciso contro obiettivi di Hezbollah in Libano». Gli iraniani non si fidano degli americani e prima di tornare a trattare vogliono conferme sulla serietà del negoziato. Trump preferisce non riprendere la guerra, sempre più impopolare negli Usa, ma pensa che la leadership di Teheran sia divisa e alza la pressione per spingerla ad accettare le sue condizioni. Resta dunque aperta la porta del dialogo, ma anche quella dello scontro.





















