«In un anno è difficile realizzare grandi cambiamenti, conta iniziare a tracciare un percorso». Silvia Salis ci accoglie nel suo ufficio di Palazzo Tursi Albini, pieno centro storico, e il suo primo, parziale bilancio da sindaca lo fa così, i tetti di Genova alla finestra e 365 giorni alla guida della città alle spalle.
Il 26 maggio di un anno fa festeggiava la vittoria al primo turno alle Comunali, oggi mette in fila risultati, sfide e progetti dei prossimi anni di amministrazione. Tenute a bada le chiamate sulla scena politica nazionale, in una fase in cui «il governo Meloni pare in fase calante», – è la definizione, pure nel giorno dei risultati a sorpresa della tornata amministrativa – e rilanciando «l’aria nuova» tanto evocata un anno fa in campagna elettoraleche è sicura si viva in città dallo scorso maggio.
Sindaca, il governo sarà in fase calante ma la tornata amministrativa ha visto il centrodestra vincere a sorpresa da più parti, nel Paese come nei piccoli comuni della sua stessa città metropolitana.
«Ma in maggioranza ne succede una alla settimana, al governo mi sembrano comunque sempre più in difficoltà e nervosi. Tra le crisi internazionali, gli effetti che verranno dal blocco di Hormutz, i costi dell’energia, l’insofferenza di Confindustria, e poi la spinta a destra dell’effetto Vannacci, che toglie voti alla Lega ma anche a FdI, il loro sarà un anno complicato, se sarà un anno».
E il suo anno? Qual è il suo bilancio dei primi 12 mesi da sindaca?
«Il mio è stato un anno passato a parare i colpi, a sistemare i problemi che abbiamo trovato e ci hanno tolto risorse e energie dagli obiettivi e le idee che avevamo nel programma».
Ad esempio?
«Tutti i soldi che abbiamo dovuto mettere in Amt, ad esempio, la partecipata dei trasporti pubblici, non sono finiti nella disponibilità delle direzioni comunali: sono tutti progetti in meno, tutti cose nuove in meno. Ma abbiamo anche progettato, programmato, messo i mattoni per dare solidità al futuro».
Nonostante gli scenari nazionali in evoluzione e le tante sirene romane, lei ha appena ribadito di voler rimanere a Genova. Continua a chiamarsi fuori dalla partita primarie?
«Sì, neanche ho mai votato da elettrice, alle primarie. Io sono contro le primarie perché alimentano la conflittualità nel centrosinistra, quando invece servirebbe puntare solo sui punti di incontro. Le distanze all’interno del campo ci sono, ci sono anche nella mia maggioranza, ma cadere sempre sulla conflittualità allontana gli elettori. E confrontarsi al governo, è meglio che farlo all’opposizione: continuo a non capire come a sinistra non si realizzi questo passaggio».
Condivide, la posizione dei leader nazionali del campo in tema legge elettorale? Passerà da lì, in fondo, tutto o quasi: candidature, assetti, alleanze, pure la data delle prossime Politiche.
«Sì, non ci puoi chiamare all'ultimo perché capisci che è un'esigenza, stranamente quando si avvicinano le elezioni, quando spesso i governi realizzano che conviene loro cambiare la legge elettorale. E poi non credo che tutti i partiti della maggioranza vogliano cambiare la legge elettorale, sinceramente. Vedo partiti molto in sofferenza, su vari temi. Forza Italia, ad esempio, soprattutto di fronte alla vannaccizzazione di questa destra».
Se ci sarà un pareggio al voto, pensa sia possibile lo scenario tratteggiato in queste settimane, con l’ipotesi di nuove maggioranze politiche diverse dalle coalizioni di questa fase?
«Io non mi sentirei di scommettere tutto quello che ho sul fatto che non succeda. Non vedo un’alta probabilità possa accadere, ma non è impossibile. Ma io parlo da sindaca di Genova, la mia città a cui vogliono continuare a dedicarmi, e non da chi vive la politica nazionale dal di dentro».
Un anno è poco nell’arco di un mandato, ma tanto per la vita di una città. Una cosa in cui pensa di averla cambiata in meglio, Genova?
«Si inizia a parlare di Genova in tutto il mondo, l'esposizione che ha avuto a livello internazionale è qualcosa di fuori scala rispetto al passato. E non sono solo gli eventi che hanno avuto visibilità, come il dj set di Chralotte De Witte condiviso in tutto il mondo, a raccontare la città è una nuova vitalità, questa aria nuova fatta di voglia di organizzare, riconquistare spazi, di viverla e insieme aprirsi di più al mondo. Non lo sottovaluterei».
Ma più nel concreto, un mattone che è sicura di aver messo a terra?
«Il salvataggio di Amt, la partecipata dei trasporti, nonostante tanta fatica. Ma anche l’avvio del discorso per trovare una soluzione stabile alla chiusura dei rifiuti. Sembrano questioni di ordinaria amministrazione, ma sono passi avanti fondamentali in una città dove era tutto fermo. Dai lavori sulla metropolitana definanziati al parco del waterfront a quelli sui quattro assi dei trasporti, che stiamo portando al 25 per cento di realizzazione ed erano a livelli di avanzamento ridicoli».
Il nuovo palasport, al waterfont, è ancora tra i simboli dell’eredità della passata amministrazione. Nell’ultimo fine settimana ha ospitato con successo la nazionale di volley. Può diventare un impianto capace di dare profitto al Comune, dopo tutte le polemiche della campagna elettorale, magari con un’assegnazione in concessione?
«Difficile dia profitto, con costi troppo elevati e troppo pochi posti a sedere, ma può diventare un impianto gestibile anche se affitti degli esercizi commerciali non vanno a chi gestisce l’arena, e sulla stranezza dal caso deve rispondere a chi ci ha preceduto. Oggi gestisce la Porto Antico, ora capiremo in che forme darlo in gestione».
Un altro nodo è quello dello stadio Ferraris. C’è un piano B, nel caso non vada avanti il progetto condiviso con Genoa e Sampdoria?
«Si è aperta la conferenza di servizi del progetto dei club, il progetto sta andando avanti e mi auguro continui a farlo. Noi però siamo una pubblica amministrazione, c’è la candidatura per gli Europei in ballo, e abbiamo studiato e sono al vaglio anche eventuali misure parallele anche nel modo in cui contribuire alla riqualificazione».
Dall’opposizione si accusa la vostra giunta di immobilismo, c’è chi ha messo nel mirino le presunte, sole sei delibere del 2026.
«Fake news. Mi chiedo come sia possibile ci sia chi pensa che una città come Genova possa essere amministrata con sei delibere in sei mesi. Non è vero. Le delibere della nostra giunta in quest’anno sono state più di 200, 240 circa. Non so di quanto, ma di sicuro di più del primo anno di Marco Bucci da sindaco. Noi siamo vittima della frenesia dei social, la follia della comunicazione di questa fase, ma a destra in otto anni non hanno aperto una stazione di metro».
Dove sta, allora, l’errore? Nel dato, o nella comunicazione?
«Semplicemente è cambiata la normativa, e sempre meno delibere devono passare in Consiglio comunale. E tante altre vengono calendarizzate, ma rimangono in coda perché le sedute consiliari si trasformano in maratone infinite. Vorrei vedere il centrodestra cosa ha fatto, nel suo primo anno al governo della città. Noi abbiamo sistemato i loro problemi, riavviato i cantieri della metro, avviato la conferenza dei servizi e tenuto pubblico lo stadio, spostato la funivia che loro avrebbero fatto passare sotto la testa del Lagaccio».
L’hanno accusata anche di fare “amichettismo”, nelle nomine come nei bandi comunali. Che risponde?
«L’amichettismo deroga la competenza, il sindaco fa in gran parte nomine fiduciarie che io ho improntato sui criteri di fiducia ma soprattutto di competenza. Simona Coppola, la prima donna in porto della città, io neanche la conoscevo. Sara Armella, che si sta spendendo a mille per Palazzo Ducale, l'ho incontrata mezz'ora una volta in campagna elettorale. Oppure vogliono rinfacciarmi la statura di un’ex ministra come Roberta Pinotti?».
È stato più difficile trattare con gli operai dell’ex Ilva che lottano per il proprio lavoro o con i terminalisti del porto contrari alla tassa sugli imbarchi, in questo primo anno da sindaca?
«È facile avere a che fare con chi capisce che sono il sindaco di questa città, e lavoro solo per gli interessi pubblici dei genovesi. Ho l’impressione che ci sia ancora un po’ di resistenza, rispetto al fatto che è cambiata l’amministrazione dopo dieci anni di destra».
Come ha preso, la decisione dell’Autorità portuale di schierarsi a fianco dei terminalisti?
«Io sul tema sono laica e lavorato per fare quanto comunicato dal Ministero. Se l’8 luglio il Tar ci dirà che non possiamo chiedere la tassa non la chiederemo, e il Ministero ci dirà cosa fare per modificare l'accordo già firmato e sottoscritto. Trovo surreali, però, sia la destra che attacca la tassa prevista dall’ex sindaco e attuale governatore dei loro, sia gli operatori portuali che vivono la cosa come fosse un fulmine a ciel sereno, nonostante si sapesse da anni. Segno che o nessuno li aveva informati, e avrebbero di che arrabbiarsi, o era stato detto loro la tassa non sarebbe mai stata applicata. Gravissime entrambe».
Dice sono stati abituati bene, insomma. Ma cosa ne sarà, della tassa di imbarco?
«Io vado avanti, ma non perché sia una lotta identitaria, ma perché l’amministrazione si è presa un impegno e penso che una tassa sui passaggi in porto sia sacrosanta. Si fa in tutto il mondo, così come si mette la tassa di soggiorno per gli accessi negli alberghi, chi si imbarca ha un impatto sulle spese del Comune da considerare».
Lei ha più volte detto di voler sfruttare la sua visibilità nazionale per portare a Genova attenzioni, risorse, progetti. Ci è riuscita?
«Direi di sì, a scorrere le testate straniere che parlano di Genova, ma ora c’è da concretizzare. Con Cassa depositi e prestiti vogliamo finanziare due grandi operazioni sulla città. Poi c’è da fare lo sviluppo di un’industria dell’università, con progetti come il Metellino, le professioni del mare, una nuova assegnazione di ponte Parodi, Piccapietra, il rifacimento dello stadio Carlini, ovviamente la nuova funivia a Granarolo-Begato e lo Sport Park che nascerà».
E il termovalorizzatore? Anche Genova si doterà di un suo impianto, come previsto dal piano regionale?
«A Scarpino abbiamo capito di no, lo dicono i rilevamenti della Protezione civile. Se ci sarà un partner industriale con cui costruire sul territorio della regione un termovalorizzatore valuteremo. In tema ciclo dei rifiuti intanto stiamo andando in una direzione, quella del varo di un piano industriale per Amiu, che per il futuro ha bisogno di una pianificazione seria in tema impianti».
L’ultimo sondaggio pubblicato sul governo della città dice che il suo consenso è aumentato, ma non su tutte le scelte. Il 44 per cento dei genovesi si dice contrario al progetto della cabinovia in Val Bisagno: si poteva fare di meglio, anche nei confronti dei comitati di quartiere?
«Noi non abbiamo avviato progetti, abbiamo chiesto al Politecnico uno studio sui numeri della mobilità in Val di Bisagno, per analizzare i vari sistemi e vagliare proposte possibili alternative a un progetto evidentemente sbagliato come quello dello Skymetro, commissionato per 19 milioni di euro di progettazione sulla base di numeri sbagliati che mi chiedo se avrebbero comunque ricevuto la sovvenzione ministeriale. Il guaio è che questa destra di basso livello e l’esasperazione sui social hanno fatto pensare si sia pronti ad aprire il cantiere di un’ipotesi che è ancora da valutare e discutere con i percorsi partecipati che abbiamo già previsto».
Le accuse di mancato ascolto da parte dei comitati di vallata sono state forse le prime tensioni emerse nei confronti dell’amministrazione. Cosa vorrebbe dire, in generale, ai cittadini che iniziano a mugugnare sulle scelte della giunta?
«Che noi ce la stiamo mettendo tutta. Ci sono cose che possiamo o potevamo fare meglio, è vero, ma siamo una giunta nuova, moltissimi di noi non hanno mai avuto esperienze amministrative prima di un anno fa, e abbiamo trovato una marea di problemi da affrontare. Abbiamo ancora anni davanti per cambiare questa città, abbiamo le idee per farlo, e faremo sempre tutto per l’interesse dei genovesi e non altro».
























