MILANO – Quasi tre ore di visita tra gli stand del Salone del Mobile, evento clou dell'economia italiana. Giorgia Meloni camminando lungo il decumano della fiera di Rho cita Tolkien, diventato scrittore icona della destra italiana: "Non sta a noi dominare tutte le maree del mondo", dice la premier. Quasi quattro anni di governo ed ecco la consapevolezza.
Di questioni aperte ne ha molte, a livello nazionale e internazionale. Sull'articolo 30 bis del decreto-legge sicurezza, Meloni respinge le critiche al provvedimento. "Sul decreto sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati. Trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc perché non c'erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon senso". Come? Non è ben chiaro. "Non mi è esattamente chiara la ragione per la quale noi che riconosciamo il gratuito patrocinio all'avvocato che assiste il migrante che fa ricorso contro un decreto di espulsione, non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato - le parole della premier -. A me non è chiaro, mi pare che sui rimpatri volontari assistiti siamo d'accordo. È una strumento che l'Europa ci chiede di intensificare, è uno strumento che continuiamo a portare avanti, è uno strumento che stiamo lavorando per rafforzare".
I cronisti non le danno pace - ci fossero più conferenze stampa, sarebbe meglio per tutti -, i responsabili della sicurezza fanno i salti mortali per tenerla riparata dalle domande, e sui rapporti con Washington Meloni nega contatti recenti con la Casa Bianca: "Non ho sentito recentemente il presidente Trump". Ma, aggiunge poi, "in amicizia si dicono le cose come stanno, il coraggio è questo e io l'ho fatto con Trump. I nostri rapporti con gli Usa non cambieranno". Sul dossier Hormuz, infine, Meloni ha ripercorso la posizione italiana in sede internazionale, ricordando il tentativo di ottenere una copertura dell'Onu naufragato per il veto incrociato di Stati Uniti e Cina in Consiglio di sicurezza: "Noi siamo stati tra i primi a proporre che ci fosse una copertura Onu su una eventuale missione a Hormuz e questo non è stato possibile per un veto che c'è nel Consiglio di sicurezza da parte di Usa e Cina. Vedremo se nelle prossime settimane questo veto può essere superato". La premier ha quindi delineato le condizioni alle quali l'Italia potrebbe partecipare a una simile operazione, rimettendo la parola finale al Parlamento: "Se non dovesse essere superato, a condizioni date che abbiamo già chiarito, ci deve essere una cessazione delle ostilità e una ampissima adesione internazionale, la postura della missione deve essere solo difensiva - ha concluso -. Io penso che l'Italia dovrebbe esserci ma deve essere il Parlamento a esprimersi".
Il codazzo imponente che la segue attira le curiosità dei visitatori. Non ci sono manifestazioni di entusiasmo, qualcuno grida "vota no!", c'è anche chi fa una pernacchia, invece nello spazio di un noto mobiliere veneto viene accolta come la salvatrice: "Tenga duro. La difenderemo dagli attacchi", dice l'anziano patron, e non a caso lì quando se ne va le fanno un applauso.
C'è anche tempo per un colloquio con Matteo Salvini dentro uno stand di cucine, dove Meloni si ferma a mangiare, gli agenti chiudono i locali del marchio per una mezz'ora. Il segretario della Lega era arrivato due ore dopo della presidente del Consiglio, ma la sua presenza passa in secondo piano.
Riguardo alla posizione di Giuseppina Di Foggia, la presidente del Consiglio ha chiarito che spetta all'interessata sciogliere il nodo tra il ruolo alla presidenza dell'Eni e la liquidazione di Terna: "Questa credo che sia una scelta della Di Foggia. Ovviamente, nel caso valutiamo le nostre alternative. Penso che la Di Foggia debba scegliere tra la presidenza dell'Eni e la buonuscita di Terna. Mi pare abbastanza semplice la questione".






















