«Non possiamo dimenticare quello che è stato. Perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione…».
È il 13 marzo 1947 e a prendere la parola nell’Assemblea Costituente è un giovane giurista eletto nelle fila della Dc. Di nome fa Aldo Moro e sta per intervenire in uno dei dibattiti più intensi e decisivi che la storia della politica italiana abbia mai conosciuto. Perché in quei giorni, riuniti in seduta plenaria a Montecitorio, gli oltre cinquecento rappresentanti che gli italiani hanno eletto l’anno prima stanno discutendo il progetto della nuova Costituzione. E i valori fondamentali della nuova Italia repubblicana e democratica.
«La vittoria della Repubblica è la sanzione di un passato funesto, e la certezza di un avvenire migliore», proclamò solennemente Giuseppe Saragat aprendone i lavori. Quell’avvenire migliore, il «volto e l’anima» del nuovo paese, sarebbero stati forgiati in quei mesi, nel corso di duecento sedute pubbliche durante le quali padri (e madri) costituenti con molte idee differenti, socialisti e comunisti, democristiani e liberali, si batterono con passione per la propria visione di ciò che la Repubblica avrebbe dovuto essere. Discussero, polemizzarono, ironizzarono, litigarono persino, ma sempre con competenza e straordinaria dignità, ricorrendo a un linguaggio sobrio ed elegante che oggi possiamo solo rimpiangere. Sapevano, ha scritto Paolo Pombeni ne “La questione costituzionale in Italia”, di essere stati scelti non solo per cambiare una forma di governo ma per rifondare la nazione: la sua identità, e il suo destino. E, poiché l’avvenire si sarebbe potuto edificare solo rompendo con il passato, con la dittatura e con la sua carica di violenza e repressione, decisero che di quel destino l’antifascismo doveva essere il pilastro.
Certo, ormai non passa anno senza che qualche polemista riproponga la curiosa teoria secondo cui la Costituzione non può dirsi antifascista. Per qualcuno non può esserlo perché tutela la libertà di opinione e di parola, dunque, pare di capire, anche la libertà di inneggiare al duce. Per qualcun altro, perché in 139 articoli non ce n’è uno che parli di fascismo e antifascismo. Ora, a parte che gli articoli della Carta non sono 139 (alcuni sono stati abrogati), certi polemisti sembrano ignorare che i costituenti il problema se l’erano già posto a loro tempo, e che avevano già risolto e archiviato la questione. Fu Roberto Lucifero, animatore della minoranza conservatrice all’Assemblea, a suggerire che la Costituzione non dovesse essere antifascista ma solo «afascista», senza contenere alcun riferimento «né in forma positiva né in forma negativa» al defunto regime. A Lucifero l’inclusione e la libertà di espressione non interessavano né tanto né poco. Era solo un monarchico arrabbiato che disprezzava la neonata Repubblica e tentava di sabotarne lo spirito originale. E fu per impedirglielo che Moro prese la parola, quel giorno di marzo. Ricordando, come avrebbe fatto anche Calamandrei nel 1955, che se l’Italia voleva rinascere come luogo di democrazia e libertà, poteva farlo solo come negazione di quella che era stata «la lunga oppressione fascista» dell’uomo e della sua dignità. La Costituzione non poteva essere disincarnata dalla storia che l’aveva creata. Era una carta viva, il testamento spirituale di un popolo che aveva deciso il proprio futuro impugnando le armi tra 1943 e 1945 e riscattandosi da vent’anni di schiavitù.
Moro e Calamandrei non erano dei rivoluzionari bolscevichi. Per loro, l’antifascismo non era una bandiera di partito o uno slogan elettorale. Non serviva come parola d’ordine per riempire le piazze. Era, semplicemente e per sempre, la matrice ideale della nuova Repubblica, l’idea di una nuova civiltà e il principio di una nuova convivenza.




















