Per Belu Simion Făinaru, lo scultore che rappresenta Israele alla 61esima esposizione internazionale d’arte, la decisione della giuria della Biennale di escludere lo Stato ebraico dalla premiazione – con la Russia – è «una discriminazione razziale».
Intraprenderà azioni legali contro la Biennale?
«Ancora non so, ci sto pensando. Di certo la decisione della giuria è illegale dal mio punto di vista. È una violazione dei miei diritti umani, sanzionata dalla legge nel vostro Paese come in qualsiasi altro stato».
E per questo potrebbe fare ricorso?
«C’è una discussione in corso con la Biennale. Io spero che ci possa essere un ripensamento. La fondazione ha dichiarato più volte che tutte le nazioni riconosciute dall’Italia possono partecipare. Di conseguenza, gli artisti devono poterlo fare tutti con pari diritti».
La Biennale sostiene di non poter intervenire: i giurati operano “in piena autonomia e indipendenza di giudizio”.
«La fondazione ha il dover di difendere i miei diritti. Il mandato della giuria non prevede che possano portare avanti iniziative politiche. Il loro compito è valutare la qualità dell’arte, che del resto è il cuore della rassegna».
I giurati hanno escluso Russia e Israele perché i rispettivi “leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Cpi”. Perché parla di discriminazione razziale?
«La stessa contestazione la giuria non l’ha fatta per l’Iran, l’Arabia Saudita e tanti altri. Nel 2019 ho esposto per la Romania e non ci sono stati problemi. Il primo ministro israeliano è un individuo, non si può biasimare un intero Stato per le azioni di una sola persona. Io credo che in questo caso c’entri molto il crescente antisemitismo che sta attraversando l'Europa».
Non è eccessivo evocare l'antisemitismo? La scelta della giuria si estende anche alla Russia.
«So quello che pensano i giurati, alcuni di loro hanno rilasciato dichiarazioni mettendo in dubbio la stessa esistenza dello Stato d’Israele».
Trova offensivo essere accostato alla Russia di Vladimir Putin? Crede che anche il loro padiglione debba essere riammesso alla premiazione?
«È una domanda politica, io mi occupo di arte. E ho intenzione di difendere la mia, che ha sempre parlato di dialogo. Sono anche un professore a Haifa, dove metà dei miei studenti sono palestinesi: sono sicuro che nessuno di loro sia contento di quest’esclusione».

























