Il Nobel e la segretaria. A confronto sull’intelligenza artificiale, una delle sfide cruciali per l’umanità. D’accordo sui rischi di una tecnologia dominata da un gruppo di miliardari, «alcuni americani, un po’ meno cinesi», incuranti dei danni che la sua «introduzione massiccia» sta provocando.
Ospite del seminario organizzato da Elly Schlein al Nazareno, il fisico Giorgio Parisi lancia l’allarme: «La domanda non è dove sta andando l’IA, ma chi tiene il volante». Convinto che il vero pericolo sia la concentrazione del controllo in poche mani private che stabiliscono «la direzione e con quali regole». Da arginare prima che sia tardi: «Bisogna creare anche un’alternativa pubblica», incalza il professore, un «Cern dell’IA» in grado di fare concorrenza e pure da contraltare alle Big Tech. Idea subito sposata dalla leader dem, pronta a dare «tutto il supporto del Pd» e a sollecitare «il governo italiano a promuoverla. Se l’Ue non fa un salto in avanti di integrazione sarà schiacciata dall’aggressività militare e commerciale che la circonda», ragiona Schlein. «Serve un’unica struttura con una sede, un finanziamento assicurato e una governance indipendente. Da soli non possiamo vincere questa sfida, dobbiamo attrezzarci a livello europeo».
Parisi lo aveva spiegato molto bene: «Quando facciamo una ricerca in rete, spesso la prima risposta la dà l’intelligenza artificiale, quasi sempre ci soddisfa e ci fermiamo lì. Non sapremo più da quali fonti viene tratta. Ma chi decide l’attendibilità? Musk ha deciso che il woke non è attendibile e si è fatto costruire un modello su misura. Qualcosa di molto più potente del Grande Fratello immaginato da Orwell». E pure più insidioso perché «il controllo delle parole è una forma di potere, che in passato era stato diviso fra molti — le scuole, i giornali, le libere conversazioni — mentre oggi a controllarci sono pochissime aziende private. È lo scenario attuale, non fantascienza. E il problema non è tecnologico ma politico», insiste Parisi, citando «il rapporto presentato a ottobre dal senatore Bernie Sanders» in cui si stima che «l’intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero eliminare quasi 100 milioni di posti di lavoro americani». Un incubo che viaggia insieme a un altro, ancor più preoccupante: «Dal 1963 la produttività del lavoro è cresciuta di circa il 150%, i profitti delle imprese del 270% e nello stesso tempo il salario medio è diminuito», spiega il fisico. «In altri termini la torta è cresciuta enormemente, ma le fette sono diminuite: c’è stata una guerra di classe dei ricchi e i ricchi l’hanno vinta».
Un fenomeno ora aggravato dai monopoli dell’informazione che, attraverso la gestione esclusiva di dati e algoritmi, scelgono per noi «cosa vedere e come raccontarcelo». Perciò è necessaria un’infrastruttura europea che tratti i dati come bene comune e offra all’Europa una «terza via» tra il modello mercatista degli Usa e quello cinese fondato sul controllo statale. «Non è protezionismo, è necessità democratica», afferma Parisi. Riflessione condivisa da Schlein: «La questione non è opporsi al progresso, ma come guidare le trasformazioni», conclude la segretaria. Perché «non può esserci una sorta di Far West, non si può lasciare tutto in mano ai privati. Il compito della politica è governare i cambiamenti, quello della sinistra anticipare le conseguenze così che a subirle non siano sempre i più fragili».






















