«I sovranisti sono sconfitti dalla realtà», dice l’ex ministro Maurizio Lupi, presidente di Noi moderati, la gamba centrista della maggioranza.
Che segnale è per l’Italia la vittoria di Magyar?
«Peter Magyar è del partito popolare europeo, come noi, lo definirei un conservatore europeista. Con gli assetti attuali all’interno dell’Ue, era fondamentale una vittoria dei popolari. Questo successo racconta un’Europa più forte. Con Orbán, l’Ungheria è stata tra le nazioni che hanno più utilizzato i fondi comunitari, ma nel frattempo continuava a mettere veti e si spostava progressivamente verso la Russia».
Ecco, la caduta di Orbán è un colpo per Putin e i suoi sodali in Ue?
«È un segnale che arriva anche a Mosca, anche perché la vittoria di Magyar è figlia di una straordinaria partecipazione, oltre l’80%, come accadeva da noi fino ai primi 2000. Le democrazie hanno saputo rialzare la testa. E nessuno, con questi numeri, può gridare ai brogli».
Il suo alleato Matteo Salvini sarà dispiaciuto. Si era speso molto per la campagna elettorale di Orbán. Pure Meloni ha mandato un video di sostegno, tre mesi fa, poi non ha più detto una parola…
«Salvini ha costruito le alleanze europee della Lega con quell’asse lì, è normale darsi una mano se si fa parte della stessa famiglia politica. Questo posizionamento però non ha inciso sulla linea del governo in politica estera. Ho notato poi che anche Matteo, in questi giorni, ha chiesto con forza di terminare la guerra in Iran, come tutto il centrodestra. Avere finalmente un’Ungheria a trazione europeista, in una fase così delicata nel Golfo, può aiutarci, a partire dalla richiesta che è stata formulata dal governo per la sospensione del patto di stabilità».
La caduta di Orbán è la spia di un populismo in crisi?
«Il sovranismo viene messo in crisi dalla realtà. Lo scontro geopolitico è tra America e Cina. Nel mezzo c’è l’Europa, che rischia di pagare il prezzo più alto. Si può difendere l’interesse nazionale solo attraverso un’Ue più forte. Una piccola nazione, da sola, non può rispondere alle grandi sfide globali. È una ricetta illusoria».
Che ne pensa della proposta dell’ad di Eni, Claudio Descalzi, di sospendere il blocco del gnl russo dal prossimo gennaio?
«Descalzi ha sicuramente chiara la situazione. Io credo non debba esserci un’iniziativa singola, ma un’azione comunitaria. Noi non siamo per allentare le sanzioni alla Russia, la guerra in Ucraina va avanti, anche se oggi si parla di più di Iran e Libano, su cui va seguito l’appello di Papa Leone».
La cassa però piange. Sarà rinnovato il decreto benzina tra poco più di due settimane?
«Lo dico magari andando in controtendenza: la proroga costa ogni mese 500 milioni. Bisogna valutare giorno per giorno, utilizzando le risorse con oculatezza. Il taglio delle accise non distingue i beneficiari, è una misura che vale sia per i poveri che per i benestanti. La via maestra è la sospensione del patto di stabilità. Questa crisi non si può affrontare a mani nude».
Dopo la sconfitta del referendum, Meloni sta prendendo le distanze da Trump. Ha pesato anche il fattore Maga nel voto sulla giustizia?
«Ha pesato innanzitutto la paura di una guerra inaspettata e unilaterale, scatenata da Usa e Israele. Quando c’è un clima di insicurezza, ci si rivolge sempre alla conservazione, non al cambiamento. Trump oggi non gode di grande popolarità tra gli italiani, ma la posizione di Meloni non è di chi si allontana dagli Usa, che sono un alleato importante, ma dice con forza e chiarezza che in questo caso stanno sbagliando».




















