«Continuiamo a cadere nella trappola della guerra tra poveri, con il solo risultato che in Italia a stare sempre peggio sono proprio i poveri, bianchi o neri che siano». Prova a fare passo in più, Walter Massa, nell’analisi sulla cosiddetta emergenza sicurezza.
Mentre la politica discute di risorse, rimpatri e leggi sull’immigrazione,anche nella Genova dove il tema è tornato di attualità a causa dei vari casi di cronaca che hanno coinvolto minori stranieri non accompagnati, il presidente nazionale di Arci parla di sociale, cultura e politica.
Massa, sta succedendo qualcosa di diverso, in Italia, in queste settimane di allarmi sicurezza?
«No, siamo alle prese con l’eterno ritorno dell’uso della discussione sull’immigrazione come clava elettorale. Sono trent’anni, che in Italia sul tema si oscilla a seconda della fase politica. I problemi legati alla gestione dell’immigrazione rimangono invisibili per mesi, poi rispuntano quando fa comodo. Abbiamo visto mobilitarsi sulla ricerca di un nemico da indicare all’opinione pubblica: il migrante, il rom, il musulmano, il povero, il diverso. Siamo abituati, purtroppo, a una classe politica che specula sull’immigrazione e la sicurezza».
Ma pensa ci sia un’effettiva emergenza sicurezza, nelle nostre città, o è solo una questione di strumentalizzazione, o percezione?
«Diciamolo con onestà, in questo paese non c’è nessuno che ama essere insicuro, né nessuno che promuove l’insicurezza. Cresce un allarmismo costruito ad arte sui social per inondare il dibattito pubblico di razzismo e intolleranza, quello sì, ma non è la realtà. Vediamo partiti nascere sulla costruzione continua di narrazioni che trasformano differenze culturali, religiose o di provenienza in fattori di allarme sociale, ma non sono la realtà. Serve ridimensionare questa percezione di quello che succede, e spiegarsi il perché».
Dove va cercato, il perché?
«Da una precisa volontà di certa politica. È dal 2000, che in Italia si inaspriscono le pene e cresce il rumore mediatico, e insieme si è scelto di non costruire le minime condizioni per la convivenza civile e l’inclusione di chi arriva da fuori, e anzi portando i cittadini ad avere sempre più paura. La realtà è che i reati sono calati, eppure si passa la percezione opposta».
A Genova in questo clima sono spuntate pure le ronde di cittadini, se tali si possono definire.
«Più che cittadini esasperati, in venti contro uno, forse andrebbero definiti infami o squadristi. Però sì, sono uno dei frutti di anni di ricette sbagliate sul tema, più o meno consapevolmente».
In che senso?
«Ad esempio la nostra legge sull’immigrazione, la legge Bossi-Fini, che di fatto impedisce gli ingressi regolari nel nostro Paese e criminalizza l’immigrazione. O il taglio costante delle risorse per il sociale. O la mancanza di risorse per le forze dell’ordine, tra cui in tanti dovrebbero fare prevenzione e sono relegati a fare passaporti e permessi di soggiorno».
Dove si dovrebbe intervenire: sulla mala gestione del fenomeno migratorio, o più a monte?
«Sulle leggi, che sono quelle che dettano le condizioni del sistema di accoglienza e sono pensate per non farlo funzionare. Nel 2018 i decreti sicurezza di Salvini hanno tagliato tutte le attività di integrazione, di fatto obbligando le strutture sociali a diventare albergatori. Oggi vediamo i risultati di quell’idea di accoglienza, che continua nei decreti sicurezza di questo governo. Da una parte si dice di pretendere che chi arriva da lontano si integri nel nostro mondo, dall’altra si fanno leggi che lavorano perché questa inclusione non si possa concretizzare».
Le responsabilità però ci sono anche a sinistra, non trova?
«Certo. Prima di cambiare approccio, negli ultimi due o tre anni, anche certa politica a sinistra si è fatta interprete dei vergognosi accordi con la Libia o dei peggiori istinti securitari come la destra. Dimenticando che la sicurezza è un bene comune di tutti i cittadini, e i problemi vanno affrontati e non scaricati sulle spalle di altri cittadini».
Cosa serve, che fare, quindi?
«Serve un’altra idea di mondo. Soprattutto in un Paese come il nostro che sta andando incontro a una catastrofe demografica, e dove invece di pensare a come renderlo migliore ascoltiamo cose aberranti sui social come dentro il Parlamento. Anche perché quando la politica smette di proporre un programma e inizia a organizzare un nemico interno contro cui dirottare energie e attenzioni, non è soltanto il dibattito pubblico a impoverirsi: è l’inizio della fine».


























