ROMA – Chicago, 6 novembre 2012. Elly Schlein, 27 anni, volontaria nella seconda campagna elettorale di Barack Obama, si scatta un selfie sotto il palco mentre il presidente americano tiene un comizio. Ieri, alla convention dei progressisti di Toronto, che annoverava Obama come guest star, la segretaria del Pd ha avuto modo di parlargli, ricordandogli quel lontano impegno militante. «Ho sempre sostenuto le leadership giovani», l’ha incoraggiato l’ex inquilino della Casa Bianca.
Si è aggiunta un’altra parola d’ordine nel lessico della segretaria del Pd: nuovo ordine mondiale. Alternativo a Trump. Composto da progressisti. «Dall’Europa portiamo buone notizie: Orban ha perso, non governa più, e come lui perderanno Trump e Meloni», ha detto al “Global progress action summit”, organizzato dal premier canadese Mark Carney. Schlein ha visto anche lui, in un bilaterale. «L’ho ringraziato per le parole che ha detto in Armenia la settimana scorsa quando ha affermato che l’ordine mondiale sarà ricostruito a partire dall’Europa. Il tempo delle destre nazionaliste è finito. Non risolvono i problemi delle persone. Se guardo all’Italia la produzione è a zero, la crescita è a zero e i costi dell’energia sono i più alti. La propaganda del governo in Italia ha sbattuto contro la realtà della condizione di vita delle persone».
Andare fino in Canada ha come scopo quello di tessere una rete internazionale, un raccordo con i leader di sinistra. Un passaggio necessario in vista delle prossime elezioni politiche. Yes, we can? Il presupposto è che si può essere alleati dell’America, e non di Trump. Quel Trump che ha fatto strame del diritto internazionale, sostituito «con la legge del più forte e del più ricco». Poche settimane fa Schlein era a Barcellona, con Pedro Sanchez e Ignacio Lula. Ora Obama e Carney, e altri leader venuti anche dall’Europa. Alla vigilia aveva inquadrato la missione canadese come un modo «per ribadire che serve unire le forze progressiste e democratiche, ampliare il dialogo e la cooperazione con tutti i Paesi traditi dalle politiche e dai dazi di Trump». Il viaggio è naturalmente anche un confronto a distanza con la premier italiana, che ha costruito la sua identità in politica estera nell’amicizia con «Donald», nel tentativo, poi fallito, di fare da pontiera con l’Europa.
Quando erano le 20 in Italia, Schlein ha partecipato a un panel in cui ha ricordato la vittoria al referendum come un segno del cambiamento, al pari della vittoria contro Orban. E a Budapest non ha perso solo lui, ma chi lo ha sostenuto, Trump, Vance, Meloni. Possiamo batterli, ha aggiunto. Con un programma che abbia al centro la questione sociale: «Pace, democrazia, cooperazione, giustizia sociale, dobbiamo ricostruire un ordine internazionale basato su questo».


























