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Meloni: sì alla missione anche senza Trump e all’invio di...
dal nostro i · 2026-04-18 · via Repubblica.it Politica

PARIGI – Scendono dal podio, i fotografi sono in agguato, voraci di dettagli. La mano di Giorgia Meloni si posa sulle spalle di Macron. Quella del presidente francese ricambia, affettuoso. Sorrisi, come tre ore prima sullo scalone dell’Eliseo. Abbracci, occhi negli occhi. La premier che ascolta, annuisce, ringrazia «Emmanuel». Che vuole esserci, nella dichiarazione e nello scatto a quattro con i big continentali: inedito assoluto, miracolo della scomunica emessa da Donald Trump. Il messaggio pubblico è chiaro, almeno quanto la prossemica: ci sono, adesso, europea tra gli europei. Giù in un attimo il sacro ponte con Washington, le estenuanti acrobazie lessicali, il controcanto riservato a Parigi e Londra per ogni dossier. Tradotto in scelta politica, durante la lunga videochiamata all’Eliseo: «Noi siamo con voi, noi ci siamo». Con la precondizione che siano dentro la missione anche gli americani, come chiede Friedrich Merz? «Se ci sono, benissimo per tutti. Ma avanti comunque, l’importante è la solidità del cessate il fuoco e la natura difensiva dell’intervento». Non è tempo di paletti, non più. «Missione neutrale e internazionale», ha decretato Macron, e per Roma così sia. E d’altra parte, l’ombrello statunitense si aprirà in ogni caso, a scudare gli alleati.

Rosso il tailleur, rossa la Stelvio, rossa pure la targa: l’entrata di Meloni è ad effetto. Via la Maserati grigia, l’abbinamento cromatico innovativo segnala nuovi inizi. Per anni, fossati politici a dividerli (e sfottò finanche sull’accento francese del presidente). Adesso tutto viene seppellito alle spalle. Un po’ come la riunione, che si svolge all’Eliseo tre piani sotto il livello del suolo, in una vecchia sala da proiezioni che il leader ha trasformato in un bunker a prova di spionaggio.

C’è da stabilire la forma di una spedizione, oggi. Roma fornirà almeno due navi cacciamine, una fregata e un’imbarcazione per la logistica. Sulla carta, però, può arrivare fino a quattro cacciamine e aggiungere anche una portaelicotteri. La macchina operativa è avviata, serviranno non meno di quindici giorni per arrivare a ridosso dello Stretto. L’obiettivo è farlo entro fine aprile, al massimo all’inizio di maggio, perché ogni giorno che passa è un macigno che si abbatte sull’approvvigionamento di energia e merci. «Fare in fretta – dice a porte chiuse Meloni - perché rischia di saltare l’economia mondiale». Per sbrigarsi, i quattro europei ragionano anche di due step: una prima spedizione con alcune navi dell’operazione Aspides, attualmente nel Mar Rosso, poi la vera e propria missione ad hoc per Hormuz, quando l’intera flotta internazionale sarà pronta. In ogni caso, il governo italiano dovrà richiedere l’autorizzazione alle Camere, «sono le nostre regole costituzionali». Ci sarà quindi un’informativa a ridosso del vertice di Londra della prossima settimana, riservato ai capi di Stato maggiore dei Paesi pronti ad aderire. Per Meloni, comunque, il voto del Parlamento sarà poco più che una formalità: «Come dire di no a un impegno a cui lavora l’intera comunità internazionale?».

L’Italia dovrebbe dunque lavorare per lo «sminamento», operazione di certo «irrinunciabile». Il contesto, però, deve essere chiaro: una «tregua», necessaria per assicurare la «difesa della libertà di navigazione, senza alcun pedaggio nello Stretto». Quanto alla natura difensiva delle operazioni, si tratta di un dettaglio decisivo: Palazzo Chigi – consapevole dei rischi in quel teatro – chiede un ombrello internazionale (non necessariamente l’Onu, che ovviamente «andrebbe bene a tutti», ma anche una cornice europea).

La Cina e l’India, presenti all’incontro, e soprattutto gli europei: mai Meloni aveva sottolineato così tanto il ruolo degli “altri”, rispetto a quello di Trump. A lui, senza mai citarlo, dedica solo un passaggio, quando plaude alla «preziosissima mediazione Usa tra Israele e Libano». Nessuna telefonata a due con il leader Maga dovrebbe arrivare nel fine settimana, comunque. Quanto alle minacce all’Italia arrivate ieri dal tycoon, certo non mancano le preoccupazioni: dagli Stati Uniti, almeno questo era il progetto, dovrebbe arrivare il Gnl necessario a rimpiazzare il buco negli approvvigionamenti generato dal blocco delle esportazioni del Qatar.

Adesso Meloni cammina un passo dietro Macron, mentre si confronta con Starmer. La Stelvio rossa attende, a motore acceso. «Emmanuel» fa uno scatto e la saluta: baci e abbracci, ancora. Potere di un referendum.